Tor Bella Monaca, blitz tra le case popolari: nove arresti e quelle katane nascoste nel quartiere

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non c’è requie per le periferie della capitale, né per chi cerca di trasformarle in fortini inespugnabili. Venerdì scorso, un’azione coordinata su larga scala – che ha mobilitato pattuglie a terra e persino un supporto aereo decollato da Pratica di Mare – ha scosso le strade di Tor Bella Monaca, Finocchio e Borghesiana, sotto la supervisione del prefetto Lamberto Giannini. I Carabinieri del Gruppo Frascati, in un vero e proprio blitz a tenaglia, hanno passato al setaccio le piazze di spaccio storiche, da via dell’Archeologia a viale Santa Rita da Cascia, dove tre giovani pusher (tra cui un minorenne di origine tunisina) sono stati fermati con le mani nelle sacche piene di dosi.

Il bilancio di questa offensiva, che ha preso le mosse dalle prime luci dell’alba per protrarsi per l’intera giornata, parla di nove arresti in flagranza e altrettante denunce a piede libero, oltre a un’ingente massa di sanzioni che supera i 42mila euro. Ma ciò che trasforma un semplice giro di vite in un’inchiesta approfondita sulla cronaca nera romana è la varietà dei reati contestati. I militari, affiancati dai tecnici di Acea e Italgas, hanno scoperto una vera e propria rete di parassitismo energetico: sei inquilini avevano allacciato abusivamente le proprie abitazioni alla rete elettrica e del gas, un sistema illecito che permetteva loro di sostenere i costi di gestione mentre eludevano ogni controllo.

Depositi di droga e un “tesoro” nascosto nel vano ascensore

Se il fronte dello spaccio rappresenta la ferita più sanguinante del quadrante est, i dettagli emersi dalle perquisizioni ne rivelano l’organizzazione capillare. A Finocchio, ad esempio, i carabinieri hanno bloccato un pensionato di 60 anni mentre tentava di smerciare un carico non indifferente: cento grammi di cocaina e cinquanta di crack pronti per essere smistati. Poco distante, in via Bosco Sant’Ippolito, un trentatreenne di origine nigeriana è stato sorpreso con centinaia di dosi di eroina e un contante di oltre 2.300 euro, presumibilmente il ricavato delle ultime “uscite”. E ancora, a riprova che nessun nascondiglio è troppo angusto, in un vano ascensore di uno stabile popolare i militari hanno rinvenuto settantaquattro grammi di hashish, abbandonati lì in attesa di essere recuperati e venduti.

La manovra dei carabinieri non si è limitata al contrasto dello spaccio, estendendosi a quelle zone grigie dove l’illegalità incontra la sicurezza urbana. Durante le verifiche in largo Mengaroni, ad esempio, i militari si sono imbattuti in un ventiseienne che nascondeva due katane – le celebri spade giapponesi – insieme a un MacBook Air risultato rubato pochi giorni prima alla stazione Termini. L’uomo è stato immediatamente denunciato per possesso di armi bianche e ricettazione, un’ulteriore tessera di un mosaico criminale che mescola violenza e microcriminalità.

La pizzeria chiusa e il lavoro sommerso

L’attenzione delle forze dell’ordine si è ovviamente rivolta anche ai flussi economici che alimentano il quartiere. In via Casilina, i carabinieri hanno deciso di chiudere (immediata la sospensione della licenza) una pizzeria le cui gravi carenze nella sicurezza rappresentavano un rischio per i clienti, ma non solo: all’interno i titolari impiegavano personale completamente in nero, senza alcuna tutela contrattuale. La multa per questa situazione ha superato i 26mila euro, una delle cifre più alte dell’intera operazione. Anche un bar della zona è finito nel mirino per aver installato telecamere senza la prevista autorizzazione e per aver trascurato la manutenzione degli estintori, un dettaglio apparentemente burocratico ma che in zone ad alta densità abitativa può rivelarsi fatale in caso di emergenza.

Allargando lo sguardo all’intera azione – che ha portato all’identificazione di 412 persone e al controllo di 233 veicoli – emerge un dato relativo all’esecuzione di pene definitive. Tra gli arrestati di venerdì, infatti, figura anche un uomo di 38 anni destinatario di un cumulo pena di ben dieci anni di reclusione: un latitante che si era nascosto proprio tra i lotti di Tor Bella Monaca, credendo di poter scontare la sua condanna nell’anonimato delle case popolari.

Furgone disabili e alberi “cassaforte”: l’altro fronte della polizia

Mentre l’Arma dei Carabinieri serrava le maglie nella periferia est, parallelamente un’operazione distinta condotta dalla squadra mobile (i cosiddetti “Falchi”) smantellava un altro ingranaggio del narcotraffico cittadino, stavolta tra Quarticciolo, Centocelle, San Giovanni e Ponte di Nona. L’elemento di spicco di questa retata, che ha portato a sette arresti e due denunce, è rappresentato dall’ingegno criminale applicato alla logistica. Al Quarticciolo, ad esempio, gli investigatori hanno scoperto un sistema organizzato attorno a un albero utilizzato come cassaforte naturale: oltre cento involucri di cocaina erano nascosti tra le radici, lontano dall’abitazione dei pusher per evitare perquisizioni. Una donna era incaricata fisicamente del prelievo della sostanza solo al momento della trattativa, che avveniva nel retro di un’edicola gestita da due complici.

La trovata più macabra, però, arriva da Centocelle. Qui i Falchi hanno arrestato un trentanovenne che aveva trasformato un furgoncino adibito al trasporto di persone con disabilità in un vero e proprio market itinerante della cocaina. Il mezzo, che avrebbe dovuto prestare un servizio sociale, veniva invece utilizzato per effettuare soste programmate lungo le vie del quartiere, dove il conducente consumava rapidi scambi droga-denaro con i clienti prima di allontanarsi, sfruttando l’apparente insospettabilità del veicolo. A San Giovanni, infine, un altro pusher aveva selezionato due cespugli specifici in un parco pubblico per occultare trenta dosi, mentre a Ponte di Nona una rete di “traghettatori” filtrava gli acquirenti per indirizzarli verso i venditori.

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