Caos alla Camera sul dl Sicurezza, l’opposizione occupa i banchi del governo e Rampelli sospende la seduta dopo l’espulsione di Scotto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La tensione che covava da ore nell’emiciclo di Montecitorio, alimentata dai “sussurri e grida” provenienti dai banchi delle minoranze durante la discussione del decreto Sicurezza, è esplosa infine in una vera e propria resa dei conti. I lavori parlamentari, già di per sé sospesi su un crinale sottile, sono stati bruscamente interrotti quando i deputati dell’opposizione – dopo il voto contrario dell’Assemblea sulle questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate dai gruppi di sinistra – hanno deciso di alzarsi in massa, abbandonando i propri scranni per occupare fisicamente lo spazio riservato all’esecutivo e l’area antistante la presidenza. Una protesta che ha assunto i contorni di un’azione dimostrativa organizzata, volta a bloccare di fatto l’iter del provvedimento, resa ancora più vibrante dal clima di nervosismo crescente che ha caratterizzato l’intera mattinata.

In quello che ormai assomigliava più a un mercato che a un’aula parlamentare, le figure più rappresentative dello schieramento avversario si sono strette attorno al vicepresidente di turno, Fabio Rampelli, il quale, investito del difficile compito di ripristinare l’ordine, ha dovuto assistere a una scena tanto inedita quanto carica di simbolismo. La capogruppo del Partito Democratico Chiara Braga e il presidente dei deputati del Movimento 5 Stelle Riccardo Ricciardi si sono posizionati a ridosso del banco della presidenza, mentre altri esponenti – tra cui il dem Gianni Cuperlo e il pentastellato Andrea Quartini – si sono letteralmente seduti o appoggiati ai banchi solitamente riservati ai ministri e al premier, annullando così la distanza fisica che nei rituali della Camera separa maggioranza e opposizione. La reazione della presidenza non si è fatta attendere: Rampelli, dopo aver invano invitato i manifestanti a “liberare i banchi del governo” e a non bloccare i lavori, ha proceduto a sanzionare il gesto più plateale tra tutti, decretando l’espulsione immediata del deputato del Partito Democratico, Arturo Scotto, colto mentre occupava ostinatamente uno di quei seggi.

La pregiudiziale del M5S e lo scontro costituzionale

Prima che il dibattito degenerasse nella resa dei conti fisica, la discussione sul decreto aveva già assunto toni roventi sul piano sostanziale, con le opposizioni che provavano a giocare le loro ultime carte per fermare un provvedimento considerato “orrido” e foriero di precedenti pericolosi. Il capogruppo del M5S in commissione Affari Costituzionali, Alfonso Colucci, aveva illustrato la pregiudiziale di costituzionalità del suo partito con una requisitoria durissima, lanciando accuse pesantissime al governo. Colucci, agganciando il proprio ragionamento a un sentimento diffuso di insicurezza tra i cittadini – una confessione, a suo dire, implicita della stessa presidente del Consiglio –, ha tentato di smontare pezzo per pezzo l’impalcatura normativa proposta dall’esecutivo.

La richiesta di ostacolare il decreto, sostenuta dalle minoranze, trovava la sua ragion d’essere in alcuni profili di illegittimità che i tecnici avevano rilevato, in particolare riguardo alle disposizioni sugli incentivi agli avvocati per i rimpatri dei migranti – una norma che aveva sollevato più di un’obiezione persino sul Colle. La segretaria dem Debora Serracchiani, nel corso del dibattito, aveva sottolineato come l’esecutivo stesse cercando di far votare un testo “con manifesti vizi di incostituzionalità”, sostenendo che forzare le istituzioni in questo modo equivaleva a mortificare il ruolo del Parlamento. La replica della maggioranza, sebbene più compatta nei numeri, non è riuscita a placare gli animi, e il voto che ha bocciato le pregiudiziali ha agito come l’innesco definitivo per la rivolta nei banchi.

L’occupazione simbolica e l’intervento del vicepresidente Rampelli

La scelta dei deputati del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle di oltrepassare i confini ideali e materiali dell’emiciclo non è stata casuale: si è trattato di un’azione concertata per portare l’aula in una situazione di stallo operativo. Mentre la tensione saliva, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, da fuori del Parlamento, ha chiarito l’intenzione del governo di procedere dritto per la propria strada, dichiarando che i rilievi tecnici del Quirinale sarebbero stati eventualmente trasformati in un provvedimento “ad hoc” ma senza intaccare il cuore della riforma.

Nell’aula trasformata in teatro di scontro, Fabio Rampelli ha dovuto fare i conti con una situazione di stallo totale. Il vicepresidente, di fronte all’occupazione fisica dello spazio governativo, ha tentato prima un approccio verbale, chiedendo con insistenza il rientro nei ranghi. Di fronte al rifiuto di alcuni, la sua posizione si è fatta draconiana: la sospensione della seduta è stata accompagnata dalla misura punitiva nei confronti del dem Scotto, espulso immediatamente su decisione del presidente di turno. Le immagini hanno mostrato un emiciclo in subbuglio, dove i banchi del governo, rimasti vuoti a causa dell’assenza della maggioranza (uscita dall’aula per non partecipare alla ressa), venivano “reclamizzati” come un palcoscenico per la protesta, rendendo di fatto impossibile il prosieguo dei lavori fino alla riconvocazione della Conferenza dei Capigruppo.

La paralisi dei lavori e la situazione di stallo istituzionale

La decisione di alzare la seduta, arrivata dopo l’espulsione di Scotto e il fallimento del tentativo di liberare i banchi con i soli richiami formali, ha gettato nello sconcerto l’assemblea. La paralisi è parsa totale, con l’opposizione che ha ottenuto l’obiettivo di bloccare il meccanismo del voto, seppur a costo di sanzioni disciplinari. L’assenza di un confronto diretto in aula ha reso ancora più pesante il clima, mentre i gruppi si preparavano alla riunione dei capigruppo convocata per provare a sbrogliare la matassa.

L’episodio rappresenta una delle pagine più aspre della legislatura, un’escalation che trasforma un contrasto politico su un provvedimento di ordine pubblico in una crisi procedurale interna all’istituzione. Con la scadenza di conversione del decreto (fissata per il 25 aprile) ormai imminente e l’esecutivo blindato sulla sua linea, l’opposizione ha scelto la strada dell’ostruzionismo fisico, costringendo la presidenza a misure di forza. La seduta, sospesa con la promessa di una ripresa solo dopo un tentativo di mediazione, resta appesa a un filo, in attesa di capire se il confronto potrà riprendere su basi di ordine o se la bagarre di oggi segnerà l’inizio di una fase di stallo definitivo per il provvedimento.

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