Napoli, violentata da sieropositivo e morta per Aids: assolto l’aggressore
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Redazione Salute
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La Corte d’Assise di Napoli ha pronunciato una sentenza che, a dispetto dell’evidenza dei fatti e delle conseguenze tragiche che ne sono derivate, ha scelto di non riconoscere alcuna responsabilità penale all’imputato. Nicola Conte, 65enne originario di Ischia, è stato infatti assolto con la formula piena – “perché il fatto non costituisce reato” – al termine di un processo che lo vedeva accusato di aver trasmesso deliberatamente il virus dell’Hiv a due donne. Tra queste, la moglie (attualmente in cura) e un’amica di quest’ultima, una donna di 37 anni che, dopo essere stata violentata da Conte, ha contratto l’infezione ed è morta di Aids nel novembre del 2017.
L’accusa di omicidio volontario e la tesi del dolo eventuale
Il pubblico ministero aveva sostenuto una linea giudiziaria molto severa, contestando all’imputato il reato di omicidio volontario con dolo eventuale; in pratica, gli veniva attribuita la consapevolezza di poter diffondere il virus attraverso rapporti non protetti, accettando comunque il rischio della morte delle vittime. La violenza sessuale ai danni dell’amica della moglie – un episodio che quest’ultima aveva denunciato prima di morire – rappresentava, secondo l’accusa, il momento più grave di una condotta sistematica e pericolosa. Eppure i giudici della Corte d’Assise, dopo aver esaminato gli atti e ascoltato le parti, hanno ritenuto di non poter configurare alcuna fattispecie criminosa.
La clamorosa formula di assoluzione: “il fatto non costituisce reato”
Si tratta di una decisione che, nel panorama giudiziario italiano, suscita non poche perplessità sul piano logico e giuridico, sebbene la Corte abbia motivato la propria scelta (come si legge nel dispositivo) proprio con l’insussistenza del reato. Conte era stato definito da alcuni organi di stampa come un “untore” dei tempi moderni: l’uomo, infatti, avrebbe agito con piena coscienza del proprio stato di sieropositivo, non informando le partner né adottando le precauzioni necessarie a evitare il contagio. La difesa, invece, ha sempre sostenuto la mancanza dell’elemento soggettivo, ovvero l’assenza di un intento doloso o anche solo della volontà accettazione del rischio mortale.
Un caso giudiziario riaperto dopo anni e la posizione della moglie
La vicenda processuale era stata riaperta a distanza di tempo dalla morte della donna più giovane, proprio in seguito a ulteriori approfondimenti investigativi. La moglie di Conte, sopravvissuta all’infezione e attualmente in terapia, ha scelto di costituirsi parte civile, portando in aula la propria testimonianza sui rapporti non protetti subiti senza essere mai messa al corrente dello stato di salute del marito. Nonostante ciò, la Corte non ha ravvisato gli estremi né per una condanna per lesioni personali gravissime, né tantomeno per l’omicidio volontario. Così l’uomo, che rischiava una lunga pena detentiva, è uscito dall’aula completamente prosciolto. Resta, sullo sfondo, il silenzio di una sentenza che non ha voluto chiamare reato ciò che – nei fatti – ha portato una donna di appena 37 anni a morire di Aids dopo essere stata violentata.




