Schlein guarda al 2027, Conte la riporta al presente: «Il leader non lo sceglie la premier»
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Redazione Interno
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Elly Schlein vede lontano, fin quasi a un orizzonte che in politica appare come un miraggio: il 2027. «Toccherà a noi», ha detto più volte nelle ultime settimane, quasi a voler costruire un argine narrativo contro un presente che la vede ancora in difficoltà nei sondaggi e, soprattutto, nei riflessi quotidiani dello scontro parlamentare. Peccato che bastino due frasi – pesate, misurate, e rilasciate con tempismo chirurgico – per riaprire una ferita che il centrosinistra credeva di avere ricucito almeno in apparenza.
Quando Giorgia Meloni, durante l’informativa alla Camera, ha citato per due volte la segretaria dem, non stava semplicemente riconoscendo il peso di un’avversaria politica. Stava, piuttosto, entrando a piedi uniti nel dibattito interno al campo progressista, una mossa che nelle dinamiche parlamentari non passa mai inosservata. La reazione di Giuseppe Conte non si è fatta attendere: lui, che al momento dell’intervento della premier non era nemmeno presente in aula, ha atteso il momento giusto per colpire. Ed è stato nel Transatlantico di Montecitorio – quel corridoio denso di sussurri e strategie – che ha ribattuto secco: «Non sarà certo Meloni a decidere chi sarà il leader del campo progressista». Una stilettata che suona come un avvertimento: la leadership non si decreta per alzata di mano altrui, e men che meno per volontà della presidente del Consiglio.
La strategia di Meloni e il blindatura della maggioranza
La premier, dal canto suo, ha scelto una linea chiara. Nel discorso alle Camere ha blindato Tajani e Salvini, spostando l’orizzonte politico direttamente a settembre 2027. Lo scenario di elezioni anticipate a giugno – tanto sbandierato da un pezzo di opposizione quasi con solennità rituale – non è mai esistito davvero se non negli auspici di chi, forse, aveva bisogno di un nemico esterno per tenere insieme le proprie crepe interne. Cinque mesi, in politica, sono un’era geologica; e il quadro italiano, si sa, resta legato a variabili pesanti come l’evoluzione del Medio Oriente nelle prossime settimane o la forza con cui la crisi energetica tornerà a colpire il sistema paese. Meloni ha voluto togliere ogni dubbio: «Il governo c’è e la maggioranza anche». Non una fase due, non un rimpasto annunciato, ma la conferma che il programma c’è e che adesso quel che conta sono i risultati.
L’attacco all’opposizione e i paletti sulle dimissioni
Il discorso della presidente del Consiglio è stato tutto puntato a polemizzare con l’opposizione, accusata di una «asserita mancanza di proposte alternative». Una sfida sul merito, l’ha definita: «Vi sfido sul merito delle cose». Pochi giri di parole, insomma. Il referendum è stato messo tra parentesi («Un’occasione persa per l’Italia»), mentre la pratica delle dimissioni di Santanchè, Delmastro e Bartolozzi è stata sbrigata con rapidità: «Scelte dolorose» – ha detto – e adesso «basta con le polemiche inutili». Un modo per chiudere un capitolo che rischiava di logorare l’esecutivo dall’interno, senza però offrire ulteriori dettagli sui possibili sviluppi giudiziari o sulle inchieste ancora in corso. Anche su questi temi, Meloni ha tenuto un profilo basso ma deciso: nessuna autoassoluzione, nessuna retromarcia, solo la rivendicazione di una necessaria discontinuità rispetto al chiacchiericcio politico.
Il nodo della subalternità agli Usa e la gestione dei migranti
Sul fronte internazionale, il messaggio è stato altrettanto netto: «Non c’è subalternità agli Stati Uniti». Una frase che, in un momento storico segnato dalla nuova presidenza Trump – ormai insediato da più di un anno e dunque non più una novità per nessuno – assume un peso specifico notevole. Meloni ha voluto rivendicare uno spazio di autonomia, pur senza entrare nel merito delle singole decisioni atlantiche. Quanto ai migranti, la linea è quella del «metodo da consolidare», mentre sulle liste d’attesa sanitarie ha annunciato un «patto con le Regioni». Un’informativa urgente sull’azione di governo, insomma, che però non ha svelato colpi di scena né aperture a ipotetiche crisi di maggioranza. Quel che resta, al termine di questa tornata parlamentare, è un centrosinistra nuovamente spaccato sulla propria leadership: Schlein pensa al 2027, ma Conte glielo ricorda con una stilettata – il presente è un altro, e il leader non lo sceglie certo la premier.




