Vertice Nato ad Ankara, la spesa al 5% e il futuro dell'Ucraina al centro del negoziato
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Redazione Esteri
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La vigilia del vertice Nato di Ankara è stata segnata da un messaggio chiaro e perentorio da parte del segretario generale Mark Rutte, che ha voluto mettere i punti fermi su quelli che sono gli impegni inderogabili per i 32 alleati.
L'obiettivo, concordato e sottoscritto anche dall'Italia, è ambizioso e prevede di raggiungere entro il 2035 una spesa complessiva per la sicurezza pari al 5% del Prodotto Interno Lordo di ciascun Paese membro, una cifra che si scompone in una quota del 3,5% destinata direttamente alla difesa e in un ulteriore 1,5% da investire in infrastrutture strategiche, come strade, ponti e porti, fondamentali per garantire la mobilità e il rapido dispiegamento di truppe e mezzi in caso di crisi.
L'avvertimento di Rutte, che ha parlato esplicitamente di "piani chiari, concreti e credibili" e ha lasciato intendere che l'alleanza dispone dei mezzi per convincere gli eventuali riluttanti, ha gettato un'ombra di tensione sull'incontro che si apre domani, un vertice che si preannuncia tra i più delicati degli ultimi anni, anche per via della presenza di un presidente americano, Donald Trump, storicamente critico verso gli alleati che considera insufficientemente impegnati sul fronte della spesa militare.
Il difficile equilibrio tra gli impegni presi e le capacità effettive
Il cuore del negoziato di Ankara ruota attorno alla concreta attuazione degli impegni di spesa, un tema che da sempre divide l'alleanza tra i Paesi che hanno già avviato un percorso di incremento degli investimenti e quelli che, invece, risultano in ritardo nell'adeguamento ai nuovi parametri.
La richiesta di Rutte non si limita, infatti, a un semplice adempimento numerico, ma insiste sulla necessità di trasformare quelle risorse in capacità operative effettive, un passaggio che implica una pianificazione industriale e logistica di lungo periodo, non sempre facile da conciliare con le scadenze politiche e le pressioni dei bilanci nazionali.
L'amministrazione Trump, come è emerso con chiarezza nelle settimane precedenti il vertice, non intende accettare generiche promesse di incremento, ma pretende garanzie precise su come i fondi verranno spesi e su quali benefici tangibili ne deriveranno per la difesa comune, con un occhio di riguardo, come è logico che sia, verso le imprese statunitensi che potrebbero essere chiamate a soddisfare gran parte della domanda di nuovi armamenti e tecnologie.
Il ruolo degli Stati Uniti e le ripercussioni sul sostegno all'Ucraina
La pressione americana si inserisce in un contesto geopolitico estremamente fluido, segnato dal perdurare del conflitto in Ucraina e dalla percezione, più volte espressa da Trump, che gli alleati europei debbano farsi carico di una quota maggiore dell'onere sia in termini economici sia in termini di assistenza militare a Kiev.
È in questo quadro che si inserisce la dichiarazione del presidente americano, secondo cui il presidente russo Vladimir Putin sentirebbe la pressione e cercherebbe di porre fine alla guerra, un'affermazione che lascia intendere come l'amministrazione statunitense stia cercando di accelerare i tempi per una soluzione del conflitto, spingendo al contempo l'Europa a rendere la propria difesa più autonoma e meno dipendente dal sostegno oltreoceano.
La sfida per i leader europei presenti ad Ankara sarà dunque duplice: da un lato, dovranno dimostrare di poter onorare gli impegni di spesa entro il 2035, un traguardo che appare ancora lontano ma che richiede un'accelerazione immediata degli investimenti, e dall'altro dovranno trovare una sintesi tra le diverse sensibilità nazionali, visto che la divisione tra chi ha già investito molto e chi è in ritardo rischia di minare la coesione interna dell'alleanza proprio nel momento in cui la minaccia proveniente da est appare più concreta che mai.
L'agenda del vertice tra difesa comune e infrastrutture strategiche
Oltre al nodo delle spese militari, l'agenda di Ankara prevede una discussione approfondita sul secondo pilastro del piano al 5%, ovvero quell'1,5% del PIL destinato alle infrastrutture strategiche, un aspetto spesso sottovalutato ma che Rutte ha voluto porre al centro del dibattito, sottolineando come la capacità di mobilitare rapidamente truppe e mezzi attraverso l'Europa sia una condizione imprescindibile per la credibilità complessiva della deterrenza Nato.
I lavori del vertice, che proseguiranno per due giorni, vedranno i capi di Stato e di governo confrontarsi non solo sul come raggiungere gli obiettivi economici, ma anche sul come coordinare gli sforzi per evitare duplicazioni e massimizzare l'efficacia della spesa, un tema particolarmente sentito dai Paesi che si affacciano sul fianco orientale dell'alleanza e che chiedono garanzie aggiuntive e una presenza militare rafforzata.
La partita che si gioca nella capitale turca è dunque complessa e intreccia elementi finanziari, politici e strategici, con la consapevolezza che il risultato finale non potrà che essere frutto di un difficile compromesso tra le esigenze di sicurezza collettiva e le priorità di bilancio di ciascun Paese, in un contesto internazionale che resta segnato dall'imprevedibilità delle mosse del presidente americano e dalla ferma determinazione del segretario generale a non concedere sconti a nessuno.




