Quattro anni senza verità per Liliana Resinovich, il caso che ancora attende giustizia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono le prime ore di una mattina di dicembre, quattro anni fa, quando Sergio Resinovich manda un messaggio alla sorella Liliana, esprimendo una preoccupazione che, col senno di poi, suona come un tragico presagio. “Oggi bel tempo, no me riva nessun messaggio. Dovarò protestar”, scrive, evidenziando quello strano silenzio che rappresentò il primo, inascoltato campanello d’allarme. La tensione, che i familiari iniziarono a percepire chiaramente già in quelle ore, si scontrò infatti con le tiepide rassicurazioni del marito della donna, Sebastiano Visintin, il quale solo nella tarda serata, e soprattutto su decisa pressione dei vicini di casa, si decise a presentare una formale denuncia di scomparsa. Un ritardo, quello nella denuncia, che le indagini avrebbero in seguito esaminato con particolare attenzione, inserendolo in un quadro complessivo dai contorni ancora oscuri.

Il ritrovamento e le indagini

Il senza vita di Liliana Resinovich, una pensionata di 63 anni, venne ritrovato soltanto il 5 gennaio 2022 in un boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni, a Trieste. La scena, descritta negli atti, fu agghiacciante per la sua crudele sistematicità: la testa della donna era avvolta in due sacchetti, mentre il corpo era stato racchiuso dentro due grandi buste nere per i rifiuti. Una modalità che, da subito, orientò gli investigatori verso l’ipotesi di un omicidio, escludendo con fermezza la pista del suicidio inizialmente avanzata da alcuni. A distanza di quattro anni da quella scoperta, il caso non ha ancora trovato una soluzione giudiziaria definitiva, rimanendo un doloroso capitolo aperto nella cronaca nera giuliana. L’unica persona ufficialmente iscritta nel registro degli indagati, per il reato di omicidio, è proprio il marito, Sebastiano Visintin, le cui dichiarazioni sono state oggetto di un attento scrutinio fin dalle primissime fasi.

Le accuse incrociate e il “terzo uomo”

Il procedimento si è caratterizzato, nel tempo, per un serrato confronto – spesso svolto attraverso i media – tra l’indagato e un altro uomo, Claudio Sterpin, descritto come il presunto amante della vittima e da Visintin stesso definito, con una formula carica di disprezzo, “l’innominato”. Proprio Sterpin ha fornito versioni che collidono frontalmente con quelle del marito, arrivando ad accusarlo esplicitamente di essere il colpevole della morte di Liliana. Sebastiano Visintin, dal canto suo, ha replicato attaccando nuovamente il presunto rivale, smentendo con decisione l’esistenza di alcuni appuntamenti o incontri tra loro tre che erano stati evocati nelle dichiarazioni, in particolare rigettando il ricordo di una rimpatriata a Muggia. “Se ha prove chiami testimoni”, ha affermato Visintin, negando recisamente che in quella circostanza fossero presenti altre persone oltre a loro, in un botta e risposta che ha contribuito ad avvolgere la vicenda in un ulteriore velo di ambiguità.

Un puzzle irrisolto in attesa di tasselli

Le indagini, che proseguono senza sosta, si trovano dunque a dover districare un groviglio di versioni contrastanti, di smentite reciproche e di dettagli temporali che non trovano una facile ricomposizione. La dinamica precisa degli eventi che portarono alla scomparsa e all’uccisione della pensionata, così come la possibile movente, restano avvolte nel mistero, nonostante il lavoro investigativo abbia delineato un quadro probatorio che ha portato la procura a individuare in un’unica direzione le sue ipotesi accusatorie. La famiglia di Liliana Resinovich, e con essa l’intera cittadinanza che ha seguito la tragedia, attende ancora che i fatti parlino con chiarezza, superando il rumore delle contrapposizioni personali, per fare piena luce su una morte che ha privato della sua presenza una donna e ha lasciato una ferita aperta nella quotidianità di una città.

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