Salone del Mobile, la macchina perfetta (quasi) pronta a ripartire da Rho

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è una sorta di rituale, quasi una liturgia laica, che si ripete puntuale a Milano quando le lancette si avvicinano al terzo scorcio di aprile. È il conto alla rovescia per il Salone del Mobile, la kermesse che trasforma la metropoli in una capitale globale del progetto e dell’innovazione. Dal 21 al 26 aprile 2026, i padiglioni di Fiera Milano Rho torneranno a essere l’epicentro di questo microcosmo, con orari scanditi dalle 9.30 alle 18.30 e l’apertura al pubblico riservata al fine settimana. L’attesa, nonostante un contesto internazionale segnato da tensioni e fragilità economiche, si misura in numeri che sfiorano l’astronomico: oltre duemila espositori e una marea di centinaia di migliaia di visitatori pronti a invadere la città, portando con sé non solo curiosità, ma un flusso di capitale umano e finanziario che pochi altri eventi sanno generare.

A fare gli onori di casa, o meglio a reggere le redini di questa complessa macchina organizzativa, ci sarà Maria Porro. Laureata in Scenografia alla Accademia di Brera, con un pedigree che mescola arte, teatro e grandi eventi, Porro – che guida l’eredità del marchio di famiglia fondato dal bisnonno Giulio nel lontano 1925 – dal 2020 siede alla poltrona di presidente del Salone. Chi le chiede previsioni, in un periodo in cui mercati e filiere si ridisegnano sotto i colpi della geopolitica, riceve una risposta ancorata ai dati. «Io credo nei numeri», afferma, trovando rassicurazione nella biglietteria: ad oggi, il passo è tenuto saldo con i due anni precedenti, nonostante qualche crepa, come le quattro defezioni (tra cui un’azienda libanese e due gallerie di Dubai) dovute ai conflitti in corso. È una stabilità che sembra incrinarsi solo superficialmente, perché se è vero che la presenza internazionale sfiora il 37%, è altrettanto vero che l’inquietudine tra gli imprenditori cresce, tra costi alle stelle e una domanda che cambia geografia.

Milano, alberghi pieni e shopping straniero: l’indotto da record

Se la fiera è il motore, l’indotto è la benzina che fa girare l’economia cittadina. Secondo le stime elaborate dal Centro Studi di Confcommercio Milano, Lodi e Monza Brianza, l’edizione 2026 del Salone del Mobile genererà un impatto turistico superiore ai 255 milioni di euro. Una cifra che segna un incremento di circa il 15% rispetto all’anno passato, trainata in larga parte da una presenza straniera che, a quanto pare, non conosce crisi. I visitatori internazionali, si legge nei report, rappresenteranno il 62,4% del totale, con una capacità di spesa che schizza verso l’alto: oltre 179 milioni di euro destinati tra alberghi, ristoranti e shopping, a fronte dei soli 75 milioni stanziati dai visitatori italiani, questi ultimi in calo e decisamente più cauti.

La ricetta di questa settimana è quindi già scritta nei numeri delle prenotazioni. Per i giorni clou, tra il 21 e il 22 aprile, il tasso di occupazione delle strutture ricettive a tre, quattro e cinque stelle toccherà punte del 90%, per poi assestarsi su una media complessiva dell’81,7%. Le conseguenze si ripercuotono inevitabilmente sui listini: una camera doppia può costare anche oltre i 750 euro per i nottambuli del lusso, mentre il costo medio dei voli nella decina di giorni che avvolgono l’evento è lievitato del 24%, raggiungendo i 281 euro a tratta. Milano, insomma, alza i prezzi, ma la domanda non accenna a diminuire, confermando la sua vocazione di calamita per il turismo globale nonostante le “difficoltà internazionali” citate dal segretario generale dell’ente di via San Paolo.

Dal prodotto al sistema: Contract, Raritas e il nuovo corso del design

Ma il Salone non è solo un’enorme vetrina commerciale; è anche, e forse soprattutto, un laboratorio di tendenze che prova a decifrare il futuro. Quest’anno la novità più significativa è rappresentata da una dicotomia strategica: da un lato il **Salone Contract**, una sezione affidata alla regia di Rem Koolhaas e Oma, che guarda ai grandi progetti integrati per l’hospitality e il real estate; dall’altro il **Salone Raritas**, dedicato al “collectible design”, ai pezzi unici e alle edizioni limitate provenienti da 28 gallerie internazionali. È un cambio di passo netto, quasi una presa d’atto che il “prodotto da solo non basta più”.

In questo scenario, il design cerca nuove strade per raccontarsi, e lo fa anche attraverso la materia prima. Il Bertone Design Group, giusto per citare un caso che incarna questa transizione, fa il suo ingresso nel mondo degli arredi con la collezione “Origo”. Un’azienda che ha scolpito la storia su quattro ruote – dalle automobili delle origini al Frecciarossa 1000 – oggi presenta tavoli in travertino Silver e sedute in noce canaletto, tentando di trasferire la sua “intelligenza artigianale” negli spazi dell’ospitalità. «La risposta è nella nuova collezione», dichiara il presidente, sottolineando come il dialogo tra legno, pietre e tessuti rappresenti il manifesto del saper fare italiano contemporaneo.

Memoria, archivi e l’ombra delle guerre

Sullo sfondo di questo fermento creativo, rimane la consapevolezza di un’epoca complessa. La presidente Porro, durante la conferenza stampa di presentazione, ha evocato il film “La Storia Infinita”, quella del piccolo Bastian che scende nella miniera dei sogni perduti, per spiegare il bisogno di ritrovare un’identità smarrita. Da qui nasce l’iniziativa “Common Archive – La Notte bianca del progetto”, che aprirà oltre 50 archivi milanesi al pubblico, trasformando la memoria in un itinerario urbano diffuso. Una scelta culturale precisa, che forse cerca di ancorare il design a un porto sicuro mentre fuori, dalle vetrate di Rho, il mondo sembra andare a pezzi.

Nonostante la “macchina perfetta” continui a funzionare – con i suoi 169mila metri quadrati di esposizione, i 700 progettisti under 35 del SaloneSatellite e il ritorno delle biennali dedicate a cucina e bagno – l’atmosfera non è solo quella della festa. La guerra in Iran ha lasciato il segno, materializzandosi in quattro assenze che pesano come macigni. «Sono solo quattro voci su 1900», ha ammesso Porro, «ma per me è una cosa che conta». Perché il design, oggi, non può limitarsi a confermare se stesso; deve prendere posizione, anche solo offrendo una piattaforma di dialogo in un mondo che non lo è più così tanto.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.