Il ritorno di Trump alla Casa Bianca e la svolta storica delle giurie americane: Meta e Google condannate per il design che crea dipendenza
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Redazione Esteri
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Due giurie americane, a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, hanno riscritto le regole della responsabilità digitale. A Los Angeles, una giovane utente – che aveva cominciato a usare YouTube a sei anni e Instagram a nove – ha ottenuto un risarcimento da 6 milioni di dollari, di cui 4,2 a carico di Meta e 1,8 a carico di Google. I giurati hanno stabilito che il design stesso delle piattaforme, non solo i contenuti in esse veicolati, ha contribuito in modo determinante allo sviluppo di ansia, depressione e disturbi dell’immagine Corporea nella ragazza. Pochi giorni prima, nel New Mexico, un’altra giuria aveva condannato Meta per aver progettato una piattaforma capace di generare dipendenza nei minori; in California, invece, il verdetto aveva colpito Google per i suoi sistemi di raccomandazione, ritenuti funzionali a innescare comportamenti compulsivi.
Il paragone con Big Tobacco e il peso delle 2.400 cause in California
Quando si parla della causa intentata da Kaley G.M. – questo il nome della giovane donna che ha trascinato in tribunale i giganti della Silicon Valley – molti osservatori americani richiamano il maxi-processo contro Big Tobacco degli anni Novanta. In quel caso, 46 Stati su 50 si schierarono contro le quattro maggiori aziende del tabacco, ottenendo una vittoria epocale per i consumatori. Oggi il fronte legale è altrettanto imponente: solo in California, le accuse contro Meta, Google e altre piattaforme superano quota 2.400. E c’è un dettaglio che non può passare inosservato: alla Casa Bianca siede di nuovo Donald Trump, un presidente che già nel suo primo mandato aveva mostrato una certa ostilità verso le big tech, senza però tradurla in interventi strutturali. Ora, però, sono le giurie popolari a dettare l’agenda, spostando la responsabilità dal piano dei contenuti – storicamente protetto dalla Section 230 – a quello del design.
Dalla gabbietta per cellulari ai verdetti: un cambio di paradigma
L’idea di chiudere i telefoni in una gabbietta durante i pasti, un tempo considerata una boutade da genitori ansiosi – ricordo bene quando provai a istituirla in famiglia, tra il serio e il faceto – oggi assomiglia a una profezia involontaria. Perché quello che le giurie hanno sancito è esattamente questo: le piattaforme sono progettate per trattenere l’utente oltre ogni limite ragionevole, e lo fanno sfruttando meccanismi psicologici ben noti. Nel caso della ragazza di Los Angeles, la dipendenza non è stata una scelta individuale né il frutto di una debolezza caratteriale: è stata una conseguenza diretta di algoritmi e interfacce messi a punto per massimizzare il tempo di schermo.
Le implicazioni per l’Europa e il futuro della regolazione
Questi verdetti arrivano in un momento delicato per il Vecchio Continente, dove il Digital Services Act ha già introdotto obblighi di trasparenza e valutazione del rischio sistemico. Ma le sentenze americane – prive di efficacia diretta in Europa – offrono comunque un precedente giuridico potente: dimostrano che un tribunale popolare può riconoscere il nesso causale tra architettura della piattaforma e danno psicologico. Per l’Europa, la lezione è chiara. Non basta moderare i contenuti: bisogna interrogarsi sul design, sulle notifiche push, sull’autoplay, sui sistemi di raccomandazione che spingono un bambino di sei anni da un video all’altro senza soluzione di continuità. La giovane di Los Angeles aveva iniziato su YouTube a sei anni, su Instagram a nove. Dieci anni dopo, una giuria le ha dato ragione. E ha detto a Meta e Google che il modo in cui costruiscono i loro prodotti non è neutrale: è una scelta, e di quelle scelte si risponde.




