Giancarlo Devasini, il fondatore di Tether verso i 220 miliardi e il podio dei più ricchi
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Redazione Economia
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Giancarlo Devasini, l'italiano di Tether in corsa per il podio dei più ricchi del mondo. Nel panorama delle criptovalute, la figura di Giancarlo Devasini rappresenta un caso destinato a lasciare un'impronta profonda nelle classifiche della ricchezza globale. Originario di Torino, dove è nato nel 1964, Devasini ha compiuto un percorso atipico: dopo la laurea in Medicina e una carriera come chirurgo plastico, ha operato una svolta radicale tuffandosi nel mondo allora nascente delle valute digitali.
La valutazione da 500 miliardi di Tether
Oggi, come fondatore e numero uno di Tether, la società che emette l'omonima stablecoin, Devasini si appresta a un balzo storico. La società sarebbe in trattative per raccogliere capitali, cedendo una quota minima del tre per cento. Questa mossa delinea una valorizzazione di Tether che sfiorerebbe i cinquecento miliardi di dollari, un dato che la collocherebbe allo stesso tavolo di colossi tecnologici come OpenAI o SpaceX.
Un patrimonio personale da record
Proprio questa potenziale capitalizzazione è il moltiplicatore che proietta il patrimonio di Devasini verso vette inedite. Detenendo una partecipazione del quarantasette per cento in Tether, il suo patrimonio netto, attualmente stimato in circa ventidue miliardi, potrebbe teoricamente superare i duecentoventi miliardi. Una cifra che, se confermata, lo porrebbe saldamente al quarto posto nella classifica mondiale dei più ricchi, dietro solo a Larry Ellison, Elon Musk e Mark Zuckerberg.
Le ombre e lo scrutinio sul gigante
L'ascesa verso questa vetta non è priva di ombre. La crescita di Tether è stata accompagnata da scetticismo riguardo alla trasparenza dei suoi bilanci e alla reale consistenza delle riserve. Questioni che hanno attirato l'attenzione delle autorità di regolamentazione, conducendo a sanzioni, senza però intaccare il dominio di mercato della stablecoin. La stessa operazione di aumento di capitale, con una valutazione così elevata per una cessione di quote così esigua, alimenta il dibattito sulla reale solidità dell'intera costruzione.




