Trump al Congresso: la sfida del discorso sullo Stato dell'Unione tra sondaggi in calo e fronda interna
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Redazione Esteri
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Sale sul podio della Camera, Donald Trump, per pronunciare il discorso sullo Stato dell'Unione che forse, più di ogni altro, porterà il peso di una doppia sfida, politica e narrativa. Davanti a lui, i membri del Congresso a camere riunite, e dall'altro lato dello schermo, un paese che le ultime rilevazioni descrivono come sempre più scettico. Il presidente, forte di una ritrovata presenza alla Casa Bianca dopo la vittoria del 2024, prova a dettare un cambio di passo, a imporre quella che lui definisce un'America «forte, prospera e rispettata» -5. Eppure, il contesto in cui si inserisce questa dichiarazione d'intenti è tutt'altro che lineare, segnato com'è da una serie di battute d'arresto politiche e giudiziarie che rischiano di offuscare la narrazione trionfalistica voluta dallo staff presidenziale.
La scure della Corte Suprema e i nuovi dazi
Non è un dettaglio da poco, ad esempio, la recente sentenza della Corte Suprema che ha dichiarato illegittimi i presupposti giuridici su cui l'amministrazione aveva imposto una parte significativa dei dazi, quelli globali. Una decisione, arrivata dai giudici a maggioranza conservatrice, che ha costretto lo stesso Trump a rimettersi al lavoro per varare un nuovo pacchetto di tariffe, questa volta del 15%, con un'orizzonte temporale limitato a cinque mesi. Un colpo non da poco per una strategia economica, quella dell'America First, che proprio sui dazi aveva costruito gran parte della sua impalcatura protezionista. Il presidente, dal canto suo, non ha nascosto il disappunto, arrivando a definire «un imbarazzo» i giudici da lui stesso nominati, Gorsuch e Barrett, che con il loro voto hanno contribuito alla bocciatura.
Il malcontento economico e la fronda repubblicana
A rendere più spinoso il terreno su cui si muove Trump, però, è soprattutto il fronte interno. La percezione dell'economia, nonostante i dati ufficiali parlino di un mercato del lavoro solido e di borse in salute, rimane per larga parte dell'elettorato un nodo irrisolto. Il costo della vita, quello sì, continua a pesare come un macigno sulle aspettative di molte famiglie, e i sondaggi lo certificano senza appello: la gestione dell'inflazione e delle politiche economiche raccoglie tassi di disapprovazione che sfiorano il 60%. Un malessere che, di riflesso, inizia a incrinare la disciplina ferrea che aveva contraddistinto i primi mesi del secondo mandato. Tra i banchi di House, la maggioranza repubblicana – che pure lo acclamerà a più riprese durante la serata – mostra qualche crepa, con frange di legislatori, anche di quelle più vicine al movimento MAGA, che cominciano a dissentire pubblicamente su alcuni provvedimenti, dal sostegno ai dazi all'uso dei poteri di guerra, consapevoli che a novembre si voterà e che la loro rielezione potrebbe dipendere dalla capacità di distinguersi da un presidente la cui popolarità, secondo un recente sondaggio Cnn, è percepita come correttamente focalizzata sui problemi reali della nazione solo da un magro 32% degli americani.
Immigrazione e politica estera: operazioni sotto scrutinio
Nemmeno il capitolo immigrazione, cavallo di battaglia della campagna elettorale, offre un rifugio sicuro. Le operazioni di contrasto, come quelle condotte a Minneapolis nell'ambito di "Operation Metro Surge", hanno portato a migliaia di arresti ma anche a episodi di violenza che hanno coinvolto cittadini americani, alimentando proteste e mettendo in discussione i metodi utilizzati dagli agenti federali. La risposta dell'opinione pubblica, in questo caso, è stata netta: il 58% degli intervistati boccia la gestione dell'immigrazione. Sul versante opposto, quello della politica estera, lo scenario è altrettanto complesso. Mentre il presidente si prepara a chiedere al Congresso e al Paese sostegno per un eventuale intervento contro l'Iran, accumulando navi e mezzi nel Golfo, cresce lo scetticismo verso l'uso della forza militare all'estero, con una maggioranza di americani contraria a operazioni che mirino a cambiare gli assetti di altri paesi.
Tuttavia, nel suo intervento, Trump eviterà accuratamente di soffermarsi su queste contraddizioni, preferendo invece rivendicare il ritorno alla "legge e all'ordine" e la forza di una nazione che, a suo dire, ha ritrovato la via maestra. Un discorso che si preannuncia lungo, forse anche per i suoi standard, e che punta a cementare la base in vista delle primarie ormai imminenti, lasciando sullo sfondo i malumori di chi, tra i banchi del Congresso o tra la gente comune, fatica a riconoscersi in questa fotografia così nitida e smagliante di un paese che invece appare più diviso e incerto che mai.




