Libano, la guerra dei ponti e l’accoglienza possibile: don Giorgi e il mosaico che resiste
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il rombo degli aerei israeliani che satura l’aria, il tempo che rallenta fino al fragore dell’esplosione, i jet militari che sorvolano a bassa quota mentre gli scoppi si susseguono senza soluzione di continuità. È in questo scenario, che il vescovo Paolo Borgia, nunzio apostolico in Libano, descrive con la lucidità di chi non può permettersi il lusso dello scompenso, che si consuma l’ennesima, drammatica pagina di un conflitto le cui conseguenze più atroci ricadono, invariabilmente, su chi quella guerra non l’ha voluta. A subirne il peso, ancora una volta, è la popolazione civile, intrappolata in un’escalation che ha preso di mira le infrastrutture vitali del Paese dei Cedri, trasformando i corsi d’acqua in linee di demarcazione militari e i ponti in obiettivi strategici da annientare.
Mentre il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ordina alle proprie forze armate di distruggere sistematicamente tutti i valichi sul fiume Litani, i raid si susseguono con ferocia metodica. Solo nelle ultime ore, il ponte di Qasmiyeh, snodo cruciale tra Tiro e Sidone, è stato colpito per ben due volte, polverizzando un’arteria fondamentale per gli spostamenti lungo la costa. Poco prima, un altro ponte, quello di Kaakaiyet el-Jisr, era stato distrutto per interrompere i collegamenti tra le regioni di Nabatieh e Bint Jbeil, in un’operazione che mira a isolare il sud del Paese dal resto del territorio. Sono attacchi che, se da un lato mirano a interdire i movimenti degli Hezbollah, dall’altro lato aggravano in modo esponenziale la condizione di quei milioni di civili – tra cui centinaia di migliaia di sfollati – già provati da una crisi economica senza precedenti e da un sistema politico al collasso.
Eppure, in questo contesto di devastazione programmata, esistono ancora spazi in cui la vita tenta di riorganizzarsi, resistendo alla logica della distruzione. È il caso della parrocchia di San Giuseppe Amonot, nel cuore di Beirut, un luogo che don Carlo Giorgi, sacerdote milanese trapiantato in Libano ormai da quasi dieci anni, ha trasformato in un avamposto di umanità. «Non dimenticateci», è il monito che lancia, un appello che racchiude la precarietà di un’intera nazione. La sua non è una parrocchia come le altre: è un crocevia di popoli, un rifugio per i più fragili. Lì, nel cuore pulsante di una città ferita, trovano accoglienza quei migranti – filippini, srilankesi, nigeriani, sudanesi – che vivono in Libano per lavorare come domestici o manovali, spesso schiacciati dal sistema di kafala che li vincola al datore di lavoro e li espone a rischi di sfruttamento e abusi.
Ma con lo scoppio dell’ultima offensiva, la missione di don Giorgi si è ampliata. Quando i bombardamenti si sono intensificati nel sud, la parrocchia ha aperto le sue porte a chi fuggiva, senza fare distinzioni di fede. Oltre centocinquanta profughi, arrivati letteralmente a piedi dalla zona di guerra, hanno trovato riparo tra quelle mura, molti dei quali sono musulmani rimasti sconcertati da un’accoglienza che non avevano mai sperimentato. «Mi hanno detto che non avevano mai visto un amore così», racconta il sacerdote, sottolineando come in quel gesto non ci fosse alcuna velleità proselitistica, ma la volontà concreta di dimostrare che il Vangelo – o più semplicemente il senso di umanità condivisa – è una realtà viva, capace di "salare" le esistenze anche nelle condizioni più estreme.
Il mosaico delle diciotto anime e la sfida di restare
Quella che don Carlo Giorgi descrive non è soltanto un’emergenza umanitaria tra le tante, ma il tentativo di preservare un’idea di Paese unica al mondo. Il Libano, lo ricorda, è la terra della convivenza tra diciotto etnie e confessioni diverse: cristiani maroniti, ortodossi, armeni, musulmani sciiti e sunniti, drusi. Un mosaico complicatissimo, spesso esplosivo, ma che per decenni ha rappresentato un modello di coesistenza, tanto fragile quanto straordinario. «La grandiosità di questa terra – spiega il sacerdote – è proprio questa capacità di convivenza. Per i cristiani, oggi, la sfida è rimanere in questo contesto». Una sfida resa ancora più ardua dall’attuale ondata di violenza, che rischia di spazzare via quelle radici storiche che affondano nei secoli.
A testimoniare la complessità di questo scenario e la determinazione della Chiesa cattolica a non abbandonare le popolazioni in pericolo, c’è anche la presenza instancabile del nunzio Paolo Borgia. Bloccato in più di un’occasione mentre si spostava per celebrare messa o per portare conforto ai villaggi del sud, il rappresentante del Papa ha scelto di restare, coordinando gli aiuti e portando avanti quel lavoro diplomatico silenzioso che cerca di tessere trame di pace laddove le armi sembrano avere l’ultima parola. Una presenza, quella della Santa Sede, che nelle ultime settimane si è fatta più che mai tangibile, con l’obiettivo di non lasciare soli né i cristiani del sud, né gli sfollati ammassati in scuole e centri di accoglienza in attesa che il conflitto, si spera, trovi una fine.
Mentre Israele bombarda i ponti sul Litani, interrompendo i collegamenti tra Nabatieh e Bint Jbeil e rendendo pericolosa ogni via di fuga, la cronaca registra un numero sempre più alto di vittime civili. Sul piano umanitario, la situazione è al collasso: mezzo milione di sfollati, molti dei quali costretti a dormire nelle auto o sui marciapiedi della Corniche di Beirut, mentre gli affitti nelle zone ritenute sicure lievitano in modo sproporzionato, alimentando un’emergenza abitativa che si aggiunge a quella alimentare. In questo quadro, il lavoro di don Giorgi e della sua comunità appare come un segno di speranza, un’obiezione di principio contro la guerra che si fa vita quotidiana: la domenica, nella sua parrocchia, si celebrano messe universali in inglese, si condividono pasti etnici preparati dalle diverse comunità e si cerca di garantire educazione cattolica ai figli di chi lavora nelle case e nelle fabbriche, un’isola di normalità in un mare di macerie.




