West Nile, primo caso del 2026 nel Lazio: giovane ricoverato a Latina, le sue condizioni sono buone
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Redazione Salute
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È stato accertato il primo caso di infezione da virus West Nile del 2026 nel Lazio, e la provincia di Latina torna a essere epicentro di una vicenda sanitaria che, dopo i numerosi episodi dello scorso anno, richiama l'attenzione sul delicato equilibrio tra salute pubblica e fattori ambientali. Il paziente, un giovane di 29 anni residente proprio nel capoluogo pontino, è attualmente ricoverato presso l'ospedale Santa Maria Goretti, nel reparto di Malattie infettive, ma le sue condizioni cliniche sono giudicate buone e sotto controllo.
Ciò che ha immediatamente acceso i riflettori sulla vicenda è la natura autoctona del contagio: il ragazzo, come accertato dalle autorità sanitarie, non aveva effettuato viaggi all'estero né spostamenti in altre regioni italiane nelle settimane precedenti al manifestarsi dei sintomi, il che conferma una circolazione attiva del virus sul territorio. La conferma diagnostica, come da prassi, è arrivata dal laboratorio di virologia dell'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, che funge da centro di riferimento regionale per questo tipo di accertamenti.
Un focolaio nella zona già martoriata lo scorso anno
La notizia del primo caso del 2026 non arriva in un territorio impreparato, ma in una zona che, purtroppo, ha già avuto a che fare con il virus in maniera drammatica. La provincia di Latina, infatti, fu il focolaio più acceso del Lazio durante la scorsa stagione estiva, un'area in cui il virus trovò terreno fertile e che portò a numeri significativi e a esiti tragici.
Secondo i dati dell'Istituto Superiore di Sanità, alla fine di ottobre del 2025, il Lazio contava 263 contagi e 19 decessi, con la stragrande maggioranza dei casi concentrati proprio nella zona pontina: 216 infezioni nella provincia di Latina, 15 a Frosinone e provincia e 32 a Roma e hinterland.. La memoria di quei mesi, segnati da un decesso particolarmente tragico come quello di una donna di 82 anni a Fondi, rende comprensibile l'attenzione e la cautela con cui le istituzioni locali stanno gestendo questo primo caso stagionale.
La risposta delle autorità e le rassicurazioni dell'Asl
La macchina della prevenzione e del monitoraggio si è messa in moto immediatamente, attivando le procedure previste dal Piano nazionale di prevenzione, sorveglianza e risposta alle arbovirosi. La Asl di Latina, in stretta collaborazione con la Regione Lazio e l'Istituto Spallanzani, ha avviato la sorveglianza epidemiologica e le misure di sicurezza sulle donazioni di sangue e sui trapianti, per evitare possibili vie di trasmissione secondarie, sebbene il contagio principale rimanga la puntura della zanzara infetta.
La direttrice generale della Asl di Latina, Sabrina Cenciarelli, ha voluto però spegnere sul nascere qualsiasi timore, dichiarando che non c'è alcun allarme e che la situazione è sotto controllo. "Non stiamo parlando di condizioni critiche", ha affermato la dottoressa Cenciarelli, spiegando che il paziente presenta sintomi quali la febbre e che l'azienda sanitaria dispone di un reparto di Malattie infettive di ottimo livello, ulteriormente potenziato da un'équipe multidisciplinare in grado di affrontare efficacemente la situazione.
Il virus West Nile, una malattia ormai endemica
La febbre West Nile è una malattia infettiva provocata da un virus della famiglia dei Flaviviridae, isolato per la prima volta nel 1937 in Uganda, e che ha da tempo fatto la sua comparsa anche in Italia, dove ormai diversi esperti ne confermano il carattere endemico, specialmente nelle regioni del Centro-Nord. Il virus si trasmette prevalentemente attraverso la puntura di zanzare infette, appartenenti soprattutto al genere Culex pipiens, la comune zanzara notturna che punge dal tramonto all'alba, e non va confusa con la più nota zanzara tigre.
Il serbatoio naturale del virus sono gli uccelli selvatici; le zanzare si infettano pungendo gli uccelli infetti e, in quanto vettori, possono trasmettere il virus all'uomo e ad altri mammiferi come il cavallo, che sono considerati ospiti occasionali o "dead-end host", cioè non in grado di trasmettere ulteriormente l'infezione. Una caratteristica che rassicura sulla trasmissibilità della malattia è che essa non si propaga da persona a persona attraverso il contatto diretto o per via aerea, come invece accade per altre infezioni virali.
In una percentuale molto bassa di casi, stimata in meno dell'1% delle persone infette, il virus può causare una malattia neuro-invasiva con conseguenze anche molto gravi, come encefaliti, meningiti o paralisi, che richiedono il ricovero ospedaliero e possono lasciare esiti permanenti.
Prevenzione, sintomi e raccomandazioni in vista dell'estate
Non esiste al momento una terapia antivirale specifica né un vaccino per la febbre West Nile. Le cure, nei casi che lo richiedono, sono di supporto e mirano a controllare i sintomi, come l'idratazione e la gestione della febbre. L'unica arma efficace rimane quindi la prevenzione, che si basa su due direttrici principali: la protezione individuale dalle punture di zanzara e il controllo ambientale dei vettori.
Per proteggersi, gli esperti raccomandano di indossare all'aperto, soprattutto nelle ore serali, pantaloni lunghi e magliette a maniche lunghe, di colore chiaro, e di utilizzare repellenti per insetti sulla pelle scoperta, prestando attenzione alle indicazioni riportate in etichetta. In casa è fondamentale installare zanzariere a porte e finestre, specialmente nelle camere da letto, e svuotare regolarmente tutti i ristagni d'acqua, come quelli presenti nei sottovasi, nei secchi o nelle ciotole per animali, per impedire la proliferazione delle larve.
La maggior parte delle persone infette, l'80%, non sviluppa alcun sintomo, mentre circa il 20% può manifestare un quadro simil-influenzale con febbre, mal di testa, nausea o sfoghi cutanei. I sintomi più gravi, che interessano meno dell'1% degli infetti, si manifestano invece con febbre alta, forti mal di testa e debolezza muscolare, fino a disorientamento e convulsioni, e riguardano principalmente le persone più fragili, come gli anziani o i soggetti con un sistema immunitario compromesso.




