Il petrolio risale dopo lo stop alla tregua con l’Iran, Jp Morgan: “Rischio shock su inflazione e tassi”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il valore del greggio, nella serata di lunedì, è tornato a quotarsi intorno ai 112 dollari al barile, cancellando di fatto quelle flebili speranze di una distensione che avevano accompagnato i fallimentari tentativi di tregua nelle ultime settimane. La guerra, ormai, ha lasciato cicatrici profonde sui mercati internazionali, e il dato del prezzo del petrolio – che molti analisti davano per stabilizzato – racconta invece di una volatilità che non accenna a diminuire. Secondo un report diffuso da Bloomberg, la chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta un elemento di rottura destinato a pesare sull’economia globale molto più della crisi energetica del 2022, non tanto per la durata quanto per la natura sistemica dell’interruzione. Chiudere quella via d’acqua, attraverso cui transita una fetta significativa del liquefatto mondiale, significa bloccare non solo il petrolio ma l’intero meccanismo logistico del Medio Oriente, con effetti a cascata che gli scenari bellici precedenti non avevano mai prodotto in maniera così violenta e simultanea.

Tassi di interesse a rischio rialzo, l’allarme di Jp Morgan sulla crescita

Jamie Dimon, amministratore delegato di Jp Morgan, nella sua consueta lettera annuale agli azionisti ha lanciato un avvertimento preciso sulle conseguenze della guerra in Iran, concentrandosi in particolare sul settore del credito privato. Si parla di “sfide significative” – si legge nel documento – che arrivano da un fronte che va dal Medio Oriente all’Ucraina, fino alla Cina, e che rischiano di generare un’inflazione molto più vischiosa del previsto. Ciò che preoccupa maggiormente l’amministratore delegato, tuttavia, sono i rincari delle materie prime e del petrolio in particolare: un aumento strutturale di questi costi, spiega, alimenta l’inflazione e costringe di conseguenza le banche centrali a mantenere alti i tassi di interesse. Non è un caso se il manager abbia definito l’inflazione “la volpe alla festa” (il riferimento è all’espressione “skunk at the party”), pronta a rovinare un equilibrio che molti davano per scontato, e se abbia ricordato come l’economia americana, pur resiliente, non sia immune a un improvviso punto di svolta.

Il nuovo “warning” di Dimon sul credito privato: “Le perdite possono essere ben più alte delle stime”

“Non abbiamo avuto una recessione creditizia da molto tempo – scrive ancora Dimon nella lettera – e se questa si verificasse, le perdite potrebbero essere più consistenti di quanto preventivato”. Il manager, considerato una delle voci più influenti di Wall Street, ha indicato come causa di questo potenziale tracollo l’indebolimento dei criteri di concessione dei prestiti: troppo ottimistiche le valutazioni sui debitori, troppo permissivi i patti accessori come quelli che permettono di posticipare gli interessi. Il famoso “tempo degli scarafaggi”, per usare la sua metafora preferita, non solo non è finito ma si è addirittura intensificato. E se è vero che il mercato del private credit (stimato intorno ai 1,8 trilioni di dollari) non rappresenta ancora un rischio sistemico paragonabile a quello dei mutui subprime del 2008, è altrettanto vero che l’intreccio con l’aumento del costo del denaro potrebbe innescare reazioni a catena inaspettate. La finanza globale si culla, forse, nell’illusione che una tempesta del debito sia un relitto del passato, ma la corsa al private credit nasconde insidie pronte a deflagrare non appena il contesto macroeconomico smetterà di essere accomodante.

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