Il referendum sulla giustizia, la strategia di Meloni e le crepe nel fronte del No
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Redazione Interno
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A cinque giorni dal voto, la macchina della campagna referendaria è entrata ormai nella sua fase più convulsa, quella in cui i comizi si sovrappongono agli appelli e le interviste dei leader cercano di forzare lo schieramento avversario. Al di là della retorica, inevitabile in queste occasioni, che invita a non trasformare le urne in un giudizio sul governo, è chiaro a tutti gli osservatori che l’esito del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati avrà un peso politico specifico. E Giorgia Meloni, forte dell’esperienza di chi l’ha preceduta, sta giocando la partita con una tattica che mira a scindere il suo destino personale da quello della riforma, pur rivendicandone con forza la paternità. La premier, ospite di programmi televisivi e incontrando i cittadini, ripete un concetto che le sta a cuore: una sua eventuale sconfitta non comporterà dimissioni, perché la legislatura, a suo dire, deve arrivare al termine naturale per permettere agli italiani di giudicare l’operato complessivo dell’esecutivo.
Questa presa di posizione, netta e ripetuta in diverse occasioni, serve a depotenziare l’arma che l’opposizione cerca di impugnare, ovvero quella di trasformare il voto in un plebiscito contro il presidente del Consiglio. Lo scenario, se dovesse prevalere il “Sì”, appare piuttosto lineare: il governo incasserebbe una legittimazione importante e procederebbe speditamente con i decreti attuativi, per i quali Meloni ha già annunciato l’istituzione di un tavolo a Palazzo Chigi con magistrati e avvocatura. Un’apertura al confronto, la sua, che cela però una linea già piuttosto definita, come quando suggerisce l’introduzione di una norma che impedisca a chi ha svolto attività politica di candidarsi al Csm per un certo periodo, una mossa volta a scardinare quelle che lei definisce “degenerazioni correntizie”.
Più complesso, e per certi versi più interessante da analizzare, è ciò che accadrebbe in caso di vittoria del “No”. Se l’astensionismo non dovesse giocare brutti scherzi e il fronte contrario dovesse prevalere, Meloni si troverebbe di fronte a una sconfitta che, seppur da lei circoscritta e privata di conseguenze immediate sulla tenuta del governo, aprirebbe comunque un fronte di discussione interno alla maggioranza e, soprattutto, lancerebbe un segnale potente alla magistratura associata e alle opposizioni. Sarebbe una legittimazione, per usare le parole della stessa premier, di tutto ciò che il suo esecutivo sta cercando di “superare e combattere”. Eppure, anche in questo frangente, non è detto che per lei non vi siano spazi di manovra. La riforma, in quanto costituzionale, non potrebbe essere riproposta in tempi brevi, ma il governo potrebbe comunque insistere su modifiche della giustizia ordinaria, rivendicando il fatto che il Parlamento aveva comunque approvato il testo.
Nel frattempo, la campagna elettorale si alimenta di colpi di scena e di posizioni che travalicano i tradizionali steccati. Se da un lato la premier attacca l’opposizione parlando di “giravolte” su un tema, come quello della separazione delle carriere, che in passato molti a sinistra avevano sostenuto -8, dall’altro lato lo stesso fronte del “No” mostra crepe e contraddizioni che paiono speculari. La vicenda umana e politica che vede protagonisti Claudio Martelli e la moglie Lia Quartapelle è emblematica di quanto questo voto riesca a dividere persino all’interno delle stesse mura domestiche. Lui, ex ministro socialista, fa campagna per il “Sì”, convinto che la riforma porti a compimento un’idea che fu anche di Giovanni Falcone; lei, deputata del Partito Democratico, gli si oppone con convinzione, bollando l’intera operazione come frutto di una “furia ideologica della destra”. Uno strappo che la coppia metterà in scena pubblicamente a Milano, dimostrando come il merito della riforma, al di là degli slogan, contin a dividere trasversalmente.
Una complessità che emerge anche dalle parole di Nichi Vendola, il quale, nonostante abbia sperimentato sulla propria pelle i tempi lunghi e talvolta logoranti della giustizia, ha annunciato il suo “No” convinto. L’ex presidente della Puglia, pur dichiarando di condividere in astratto l’obiettivo della separazione delle carriere, ritiene che questa riforma specifica non risolva le criticità, anzi, a suo avviso, rischierebbe di rendere i pubblici ministeri più deboli di fronte al potere esecutivo. E la sua riflessione si fa ancora più sottile quando osserva che la sinistra, oggi, fatica a trovare “magistrati simbolo” come Falcone e Borsellino attorno ai quali mobilitare il consenso, un vuoto che, secondo lui, finisce paradossalmente per avvantaggiare la campagna del governo.




