Uno Bianca, la procura vuole sentire Savi: “Così parlò la belva”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La Procura di Bologna, che dal 2023 ha riaperto i fascicoli sulla banda della Uno Bianca scandagliandoli con l’ausilio di nuove tecnologie e software di intelligenza artificiale, acquisirà nelle prossime ore le dichiarazioni rese da Roberto Savi a Francesca Fagnani nel programma “Belve Crime”.
I magistrati – che hanno già raccolto quelle che descrivono come “evidenze significative” riguardo a vecchi complici mai individuati, i cui nomi sarebbero emersi dai registri clienti di una nota armeria bolognese – intendono confrontarsi nuovamente con l’ex poliziotto, il “corto”, che attualmente sta scontando l’ergastolo nel carcere di Bollate.
Il detenuto, rompendo un silenzio durato trentadue anni, ha infatti riacceso i riflettori su due degli aspetti più oscuri della vicenda: la natura dell’assalto all’armeria di via Volturno e le presunte “coperture” garantite da settori deviati dello Stato.
La pista dell’armeria e i “personaggi che non sono delinquenti”
Nel corso dell’intervista, andata in onda su Rai 2, Savi ha di fatto sovvertito la narrazione processuale riguardante l’omicidio di Pietro Capolungo, l’ex carabiniere ucciso il 2 maggio 1991 insieme alla titolare del negozio Licia Ansaloni.
L’ex agente, che appariva ai legali delle vittime “a tratti poco lucido ma improvvisamente lucidissimo” nel riferire circostanze specifiche, ha sostenuto che l’obiettivo non fosse la rapina, bensì l’esecuzione del militare.
“Volevano farlo fuori perché era un ex dei servizi particolari dei carabinieri”, ha dichiarato Savi, accennando a riunioni nei pressi dell’Altare della Patria a Roma e a collaborazioni su commissione con “uffici particolari”.
Per gli inquirenti, queste frasi, sebbene rilasciate in un contesto mediatico, costituiscono un preciso input investigativo: esse potrebbero corroborare la pista – già battuta dalla Procura – che vedeva in Capolungo non una vittima casuale, ma un uomo che forse aveva intuito il legame tra i Savi e i servizi, pagando con la vita l’ostacolo che rappresentava.
L’allarme dei legali: “Un messaggio cifrato per chi è fuori”
Gli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, legali dei familiari delle vittime e firmatari dell’esposto che ha scatenato l’inchiesta del 2023, hanno tuttavia letto nell’atteggiamento del loro “interlocutore” un intento ben più sinistro delle semplici rivelazioni.
“Si presenta dimesso, con voce flebile, quasi smemorato – hanno osservato in una nota – poi, improvvisamente, si accende e riferisce con precisione”.
Secondo i due difensori, il riferimento esplicito all’incolumità dei propri familiari, unito a certi gesti (un taglio della gola in stile mafioso rivolto al fratello Fabio, definito “infame”), rappresenterebbe un avvertimento a quelle figure rimaste nell’ombra.
In altre parole, Savi avrebbe lanciato un segnale di pericolo a chi ancora oggi gode della libertà, quasi a suggerire che il suo silenzio (o il suo racconto distorto) è condizionato dalla paura di ritorsioni su chi gli è caro, oppure, al contrario, che chi è fuori deve muoversi con cautela perché la giustizia si sta riavvicinando.
Tecnologia e vecchi faldoni: la caccia ai “fantasmi” in divisa
A sostenere questa nuova spinta investigativa non ci sono solo le parole della “belva”. Gli uffici della Procura, diretti dal procuratore Paolo Guido e coadiuvati dai pm Lucia Russo e Andrea De Feis, stanno digitalizzando e analizzando i giganteschi fascicoli del passato con strumenti che, trent’anni fa, non esistevano.
Si setacciano i registri dell’armeria di via Volturno – dove sono stati trovati nomi di appartenenti alle forze dell’ordine “sbianchettati” o occultati – e si utilizzano software di riconoscimento facciale su vecchie pellicole e fotografie dei luoghi dei delitti per scoprire se, ai lati delle scene criminis, si nascondessero persone in divisa lì dove non avrebbero dovuto essere.
L’obiettivo è dare un volto e un nome a quei “complici in divisa” che, secondo le evidenze raccolte, agirono come manovalanza o come intelligence esterna per una banda che l’opinione pubblica ha sempre faticato a considerare come un semplice gruppo di rapinatori.
L’inchiesta, articolata in due diversi fascicoli, procede quindi su un doppio binario: da un lato la verifica delle “commissioni” e delle coperture statali, dall’altro l’individuazione dei complici materiali ancora a piede libero, la cui esistenza è stata a lungo sospettata dai parenti delle vittime e che oggi gli investigatori, forse, sono finalmente in grado di catturare.




