Nuove cure per pancreas e ovaio, ma l’Europa rischia il ritardo. Il nodo dei prezzi secondo la Casa Bianca
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Redazione Salute
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Chicago – Il congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (Asco), che in questi giorni richiama nella metropoli dell’Illinois decine di migliaia di specialisti, ha consegnato alla ricerca oncologica due risultati destinati a lasciare il segno, soprattutto per quei pazienti che, come quelli affetti da tumore del pancreas o dell’ovaio, si trovano ancora oggi a fare i conti con un ventaglio terapeutico drammaticamente limitato.
Tuttavia, come spesso accade quando si parla di innovazione e accesso alle cure, la cronaca scientifica si intreccia inevitabilmente con le dinamiche di mercato e le scelte di politica sanitaria.
Ed è proprio su questo fronte che, secondo quanto si legge sulle prime pagine dei quotidiani nazionali, si addensa la preoccupazione maggiore: il rischio concreto che queste innovazioni, messe a punto con tempistiche sempre più rapide, impieghino anni a raggiungere gli ospedali europei e italiani, dirottate prima sul mercato statunitense a causa delle nuove regole imposte dall’amministrazione Trump.
La svolta del daraxonrasib contro il "killer silenzioso"
Tra i dati più attesi, quelli relativi allo studio "Resolute" – presentato in sessione plenaria, un riconoscimento non secondario – hanno acceso un riflettore sul daraxonrasib, un farmaco sperimentale somministrato per via orale che, nei malati di adenocarcinoma duttale pancreatico metastatico, ha dimostrato di essere un potenziale "game changer".
La sperimentazione, condotta su circa 500 pazienti che non rispondevano più alle terapie precedenti, ha restituito numeri che gli oncologi definiscono "senza precedenti": la sopravvivenza mediana è salita a 13,2 mesi nel gruppo trattato con la molecola, quasi il doppio rispetto ai 6,7 mesi registrati nel gruppo sottoposto alla chemioterapia tradizionale.
Oltre a raddoppiare il tempo di vita, e questo non è un dettaglio da poco, il nuovo trattamento orale si è distinto per una tossicità decisamente inferiore: solo l’1,2% dei pazienti ha dovuto interrompere la terapia a causa di effetti collaterali, contro l’11,2% di chi riceveva la chemio.
Considerando che oltre il 90% di queste neoplasie è alimentato dalla mutazione del gene Kras (un bersaglio molecolare che i ricercatori inseguivano da decenni), i risultati del daraxonrasib rappresentano una vittoria storica contro uno dei tumori più temuti e resistenti, responsabile in Italia di circa 15mila decessi l’anno.
Il "ricatto" della clausola della nazione più favorita
Eppure, nonostante l’entusiasmo della platea dell’Asco, il destino di questi medicinali fuori dagli Stati Uniti appare appeso a un filo legislativo molto sottile. Il nodo della questione, che sta facendo tremare i polsi delle agenzie regolatorie europee, risiede nelle nuove politiche sui prezzi volute da Donald Trump, in particolare nella clausola della "Nazione più favorita" (Most Favoured Nation).
In estrema sintesi – e come hanno evidenziato gli analisti economici – questa norma lega il prezzo di un farmaco negli Stati Uniti a quello più basso praticato in altri Paesi economicamente comparabili, come quelli dell’Unione Europea. Il paradosso è immediato: poiché in Europa i costi dei medicinali sono storicamente inferiori (grazie alla contrattazione centralizzata di enti come l’Aifa), applicare quel ribasso anche al colossale mercato americano significherebbe per le aziende farmaceutiche erodere drasticamente i propri ricavi.
La conseguenza logica, temono gli esperti, è che le multinazionali sceglieranno di commercializzare le scoperte più promettenti esclusivamente negli Usa, ritardando sine die il loro sbarco nel Vecchio Continente per evitare di trascinare i prezzi europei (più bassi) all’interno del mercato statunitense.
Le aziende premono sull’acceleratore oltreoceano
Che il rischio non sia solo teorico lo dimostrano le mosse già messe in atto dai produttori. La Revolution Medicine, la piccola realtà che sviluppa il daraxonrasib per il pancreas, ha già annunciato l’attivazione di un programma di "accesso anticipato" sul suolo americano, autorizzato dalla Food and Drug Administration, per permettere ai malati di ottenere la terapia in attesa della commercializzazione ufficiale. Nel resto del mondo, invece, compresa l’Europa dove l’azienda ha una sede secondaria in Belgio, al momento non risultano iniziative analoghe.
Uno scenario simile si prospetta per le pazienti con tumore ovarico avanzato: un altro farmaco, sviluppato da Corcept Therapeutics, ha dimostrato una riduzione del 35% del rischio di morte nelle donne già sottoposte a chemioterapia a base di platino. Ma anche in questo caso, trattandosi di realt\u00e0 strutturalmente meno potenti, la paura è che la politica dei prezzi imposta da Washington le spinga a rinunciare del tutto al lancio europeo, concentrando gli sforzi oltreoceano per non compromettere il fatturato.
Il rischio concreto di un divario terapeutico
Di fronte a questa prospettiva, gli oncologi italiani hanno iniziato a mobilitarsi. L’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) ha confermato di essere al lavoro – sia con l’azienda produttrice che con l’Aifa – per cercare di definire percorsi di accesso precoce che scavalchino i tempi morti della burocrazia, magari replicando i modelli di "expanded access" già in vigore in America. Tuttavia, per molti osservatori, si tratta solo di soluzioni tampone.
La sostanza, spiegano gli analisti, è che la riforma Trump sta funzionando come un gigantesco magnete: attira investimenti e innovazioni in casa, ma rischia di lasciare scoperte intere fette di popolazione mondiale. Se la tendenza dovesse consolidarsi, i pazienti europei potrebbero assistere impotenti a un divario terapeutico sempre più ampio, ammirando i progressi della scienza senza però potervi accedere. La ricerca, insomma, corre veloce, ma le sue ricadute pratiche rischiano di fermarsi ai piedi delle Torri gemelle del libero mercato farmaceutico.




