Il petrolio greggio intrappolato tra uno shock d’offerta e prospettive di domanda deboli

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La morsa sullo Stretto di Hormuz, chiuso ormai da settimane, e il blocco navale statunitense – attuato con il dichiarato obiettivo di soffocare le esportazioni iraniane – hanno rimosso dal mercato milioni di barili al giorno, una sottrazione fisica che, sulla carta, dovrebbe fungere da solido pavimento per le quotazioni. Eppure, proprio mentre il greggio subisce un autentico shock dal lato dell’offerta (si stima un’interruzione del flusso pari a circa 13 milioni di barili giornalieri), i prezzi mostrano segni di cedimento, come se il mercato guardasse altrove.

Il ribasso in Asia e il ritorno sotto i cento dollari

Nelle contrattazioni asiatiche di questa mattina, il petrolio ha subito un deciso arretramento: il Wti è sceso a 96,85 dollari al barile, mentre il Brent si è attestato a 98,01 dollari. Un movimento che estende le perdite della seduta precedente, quando – in avvio di giornata – il Brent passava di mano a 98,16 dollari (-1,24%) e il Wti a 93,38 dollari (-1,38%). Numeri che riportano il greggio stabilmente sotto la soglia psicologica dei cento dollari, nonostante i razionamenti imposti dalla chiusura del passaggio strategico tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman.

Domanda cinese in rallentamento e l’allarme dell’AIE

A frenare l’entusiasmo rialzista sono però fattori che appartengono all’altra metà dell’equazione. Le raffinerie cinesi, si apprende, stanno riducendo i volumi lavorati: un segnale che la ripresa economica del gigante asiatico arranca, con ripercussioni dirette sulla sete di greggio. A ciò si aggiunge l’avvertimento dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, che parla apertamente di “possibile distruzione della domanda”, un fenomeno per cui prezzi troppo alti finiscono per cannibalizzare il consumo. Di fronte a questo scenario, gli operatori sui mercati dei futures non stanno comprando con la stessa intensità che il mercato fisico – quello dei carichi reali – lascerebbe intendere. Un paradosso apparente, che racconta bene la schizofrenia del momento.

La finestra diplomatica e le attese su Iran-Usa

E poi c’è la variabile geopolitica, che in queste ore spinge al ribasso le attese. Il presidente degli Stati Uniti (Trump, insediato da oltre un anno alla Casa Bianca) ha ripetuto che un accordo con Teheran è “molto vicino”, aggiungendo che la Repubblica islamica si sarebbe detta disposta “a liberarsi del proprio uranio arricchito”, esattamente come Washington chiede. Sono dichiarazioni che alimentano la speranza di una tregua nel conflitto aperto tra i due Paesi – quello stesso conflitto che ha portato alla chiusura di Hormuz – e che quindi spingono i trader a scontare un possibile ritorno dell’offerta iraniana. Senza che però, va sottolineato, la chiusura dello Stretto sia stata finora revocata.

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