Mondiale 2026, montepremi da record e l'ombra della politica: il paradosso americano
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Redazione Sport
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Ci sono numeri che, da soli, raccontano l’epicità di un evento e poi c’è la sostanza, quella che trasforma una competizione sportiva in un fenomeno economico senza precedenti. Il Mondiale che è scattato ieri, con il fischio d’inizio tra Messico e Sudafrica all'Azteca, non fa eccezione: parliamo di un'edizione che segna un vero e proprio abisso rispetto al passato, non solo per il format allargato a 48 squadre e per l’incredibile carrellata di 104 partite in programma, ma soprattutto per la montagna di denaro messa in palio dalla Fifa.
La cifra totale destinata ai premi per le partecipanti – si fa presto a dirlo – tocca quota 871 milioni di dollari, l’equivalente di circa 751 milioni di euro: una cifra, questa, che raddoppia praticamente i 440 milioni dell'edizione qatariota del 2022.
Un tesoro da 50 milioni per la vincente
Se è vero che la sola qualificazione alla fase finale garantirà a ogni federazione un assegno base di 10 milioni di dollari – ai quali si aggiungono ulteriori 2,5 milioni per la preparazione – è sulla posta in palio per chi arriva fino in fondo che si gioca la partita vera. La Fifa, dopo aver inizialmente stanziato 727 milioni a dicembre durante un Consiglio tenutosi a Doha, ha deciso di alzare ulteriormente il tiro di un buon 15% in seguito al meeting di aprile a Vancouver.
Il meccanismo dei bonus è studiato al millimetro: le eliminate al primo turno (dal 33° al 48° posto) incasseranno 9 milioni, cifra che sale a 11 milioni per chi esce ai sedicesimi, fino ad arrivare a 19 milioni per chi conquista i quarti di finale. Ma è sul podio che il conto diventa astronomico: la finalista perdente si porterà a casa 33 milioni di dollari, mentre la terza classificata ne otterrà 29.
La squadra che alzerà la coppa il 19 luglio al MetLife Stadium di East Rutherford potrà invece contare su un bonifico da 50 milioni di dollari, una soglia psicologica mai varcata prima nella storia del torneo.
Cerimonie tra tradizione e modernità
Mentre le casse della Fifa si riempiono (e si svuotano) con questi numeri da capogiro, il grande show è partito ufficialmente da Città del Messico. L’Estadio Azteca, tempio del calcio mondiale, ha fatto da cornice a una festa che, come da tradizione, ha mescolato folklore e superstar. Dopo aver incantato il pubblico in passato, Shakira ha dato il via alle danze insieme a Burna Boy, esibendosi per la prima volta dal vivo con il brano ufficiale del torneo "Dai Dai". A dare man forte, un parterre di stelle del calibro di Maná, Alejandro Fernández e J Balvin.
Ma il format di United 2026 è destinato a rompere ogni schema: per la prima volta, infatti, non esiste una sola cerimonia inaugurale, ma ben tre. Il testimone passa ora al BMO Field di Toronto, dove prima del fischio d'inizio tra Canada e Bosnia Erzegovina, si esibiranno nomi del calibro di Alanis Morissette e Michael Bublé. E infine, spazio al SoFi Stadium di Los Angeles, dove Katy Perry, i Blackpink e Future accoglieranno la nazionale a stelle e strisce in campo contro il Paraguay.
L’effetto Trump e la gogna mediatica
Eppure, dietro questo tripudio di luci e numeri, si cela un paradosso politico di proporzioni gigantesche. L’America che doveva accogliere il mondo a braccia aperte – quella del "soft power" sognata all’epoca dell’assegnazione a United 2026 – si ritrova oggi a fare i conti con la realtà cruda di una presidenza, quella di Donald Trump, che da oltre un anno guida il Paese con una filosofia diametralmente opposta.
Come ha osservato Angelo Bruscino su HuffPost, il Mondiale rischia di trasformarsi da vetrina internazionale per Trump in una pericolosa gogna: l’evento simbolo del linguaggio universale approda a Washington proprio mentre l’amministrazione sembra aver smarrito la fiducia in quel dialogo multilaterale.
Le tensioni commerciali con il Canada e il Messico – gli altri due Paesi ospitanti – sono esplose proprio alla vigilia, minando quello spirito di cooperazione nordamericana che avrebbe dovuto celebrare l’area di libero scambio del NAFTA. E mentre i tifosi messicani, dopo il successo per 2-0 contro il Sudafrica, si sono radunati in massa a Plaza Garibaldi per festeggiare in attesa della prossima sfida contro la Corea del Sud a Guadalajara, il clima politico generale non potrebbe essere più distante da quella festa multietnica immaginata dai promotori della candidatura.
Il calcio, insomma, prova a raccontare un mondo unito, ma lo specchio in cui si riflette è quello di un continente diviso e di un’America ripiegata su se stessa, dove il linguaggio della diplomazia lascia sempre più spazio a quello della forza.




