Il boom del sesso a tre e la sorpresa della monogamia: tutti i numeri del nuovo rapporto Censis
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Redazione Interno
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Basta con l’immagine, un tempo inossidabile, di un’Italia perbenista che sotto le lenzuola si concedeva solo riti catto-comunisti. A venticinque anni di distanza dall’ultima grande fotografia dei costumi sessuali nazionali, il Censis ha rimesso mano al setaccio, e il quadro che ne esce – tratto da un’analisi su un campione rappresentativo di mille cittadini tra i 18 e i 60 anni – ribalta molte delle certezze che pensavamo di avere, consegnandoci un paese molto più complesso e, per certi versi, contraddittorio di quanto gli stereotipi lascino intendere.
Se nel 2000, quando uscì la prima indagine, dichiarare di aver sperimentato un rapporto a tre o di gruppo era un’eccezione statisticamente quasi irrilevante (appena lo 0,7% tra le donne e il 3,2% tra gli uomini), oggi i numeri raccontano una vera e propria esplosione di questa pratica. La quota di uomini che dichiarano di essersi cimentati in geometrie variabili è schizzata al 20,1%, mentre per le donne il dato, pur partendo da una base molto più bassa, ha subito una crescita esponenziale, arrivando al 6,8%. Un dato, quest’ultimo, che certifica non solo un’evoluzione delle pratiche, ma una trasformazione profonda nel modo in cui le donne vivono la propria libertà di sperimentazione.
Eppure, a guardare con attenzione la fotografia scattata dall’istituto di ricerca, ci si accorge subito che il dato più clamoroso non è tanto l’aumento delle cosiddette “esperienze non convenzionali”, quanto la tenuta di un modello che molti davano per superato. Contro ogni profezia di liquidità estrema, l’80,4% degli italiani – vale a dire la stragrande maggioranza del campione – dichiara di avere rapporti esclusivamente con la persona con cui ha una relazione stabile. Una cifra che ridimensiona di molto la retorica dell’iper-connessione fine a se stessa e suggerisce come, al di là della sperimentazione episodica o della fantasia, la quotidianità sessuale degli italiani continui a svolgersi all’interno di un perimetro affettivo ben definito. A sostegno di questa tesi, c’è anche il dato sulla soddisfazione: mentre il 68,9% di chi vive una relazione stabile si dichiara appagato, tra i single la percentuale crolla al 29,8%.
La fine dei tabù e l’irruzione del digitale nelle camere da letto
L’indagine del Censis, intitolata “Il piacere degli italiani. Come cambiano i costumi sessuali”, restituisce l’immagine di un paese che, al contrario di quanto si possa pensare, non è diventato più scandaloso, ma ha semplicemente smesso di nascondersi. Il segno più evidente di questa metamorfosi è la normalizzazione di comportamenti un tempo relegati nel privato più assoluto. Il porno, ad esempio, non è più un appannaggio esclusivo di una visione solitaria maschile: se il 59,3% degli italiani lo guarda da solo (con una forbice che vede gli uomini al 76,6% e le donne al 41,5%), il 26% sceglie di consumarlo in coppia, e quasi quattro su dieci sono convinti che possa rappresentare un’occasione per migliorare la propria vita sessuale.
Ma è sul fronte della socialità che il cambiamento si fa più radicale. Il corteggiamento ha cambiato definitivamente piazza, spostandosi dagli spazi fisici a quelli virtuali. Il 32,5% degli intervistati ammette di aver conosciuto almeno un partner sessuale attraverso i social media. E questo intreccio tra tecnologia e desiderio si spinge ben oltre la fase dell’approccio iniziale. Il cosiddetto sexting – lo scambio di messaggi, immagini e video a sfondo erotico – coinvolge quasi un italiano su tre (il 30,2%) con punte ben più elevate tra i giovani sotto i 35 anni, dove si arriva al 43,4%. Una pratica, quella della condivisione di materiale intimo, che si arricchisce di ulteriori sfumature: il 31,2% invia immagini esplicite, il 15,9% arriva a riprendersi durante l’atto sessuale, trasformando il momento di intimità in un contenuto digitale.
La rivoluzione silenziosa delle donne e il ritardo degli uomini
Uno degli aspetti più interessanti che emergono dal rapporto riguarda il rovesciamento di una dinamica storica legata all’iniziazione sessuale. Per decenni, l’idea che i maschi fossero più precoci delle femmine ha rappresentato un luogo comune alimentato da dinamiche culturali e da una diversa pressione sociale sul desiderio. Ebbene, in questo quarto di secolo, l’Italia ha assistito a una vera e propria inversione di tendenza. Se nel 2000 il 46,7% dei ragazzi aveva avuto il primo rapporto prima dei 18 anni, oggi quella percentuale è scesa al 29,4%.
Contemporaneamente, tra le ragazze il fenomeno ha preso la direzione opposta: la quota di quelle che anticipano l’età della prima volta è salita dal 29,3% al 35,8%. I numeri parlano chiaro: l’età media si aggira intorno ai 19 anni, ma le traiettorie si sono invertite, con le giovani donne che oggi appaiono più disinvolte e consapevoli dei propri tempi rispetto ai coetanei maschi. Questa autonomia ritrovata si riflette anche nella gestione della propria storia sessuale: mentre nel 2000 il 59,6% delle donne dichiarava di aver avuto un solo partner, oggi quella quota si è più che dimezzata, attestandosi al 27,6%, con una parallela crescita di chi ha avuto tra i 2 e i 5 partner (dal 32% al 46,8%).
Il nodo irrisolto del consenso e la fragilità della comprensione
Nonostante il quadro faccia emergere una maggiore libertà individuale e una progressiva cancellazione dei veti culturali, la fotografia del Censis rivela anche crepe profonde nella capacità di relazione tra i generi, in particolare su un tema fondamentale come quello del consenso. Se il 66,1% degli italiani ritiene di essere sempre in grado di comprendere quando una donna non desidera un rapporto, a guardare i dati disaggregati si scopre una discrepanza allarmante: a esserne convinti è il 60,6% degli uomini contro il 71,7% delle donne.
Un margine di oltre dieci punti percentuali che testimonia come, nella percezione maschile, esista ancora una zona grigia in cui la comprensione del “no” – o del semplice disinteresse – non è così scontata come si vorrebbe. Ancor più inquietante, poi, è un altro dato emerso dall’inchiesta, che restituisce la persistenza di stereotipi dannosi: il 47% degli intervistati concorda con l’idea che indossare determinati abiti o assumere comportamenti “rischiosi” come l’uso di droghe o l’abuso di alcol esponga le donne al rischio di subire violenza sessuale. Una percezione, questa, che sposta il baricentro della responsabilità dal carnefice alla vittima, e che evidenzia come l’evoluzione dei costumi non abbia ancora scalfito a fondo certi meccanismi culturali arcaici.




