La scossa di Abu Dhabi: gli Emirati Arabi Uniti lasciano l’Opec dopo sessant’anni

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il colpo è stato assestato a sorpresa, anche se qualcuno, nei corridoi del potere energetico, lo dava nell’aria da mesi. Gli Emirati Arabi Uniti, uno dei pilastri storici del cartello, hanno ufficializzato l’addio all’Opec e all’alleanza Opec+ con effetto dal prossimo primo maggio. Una decisione, questa, che non rappresenta solo una defezione di peso in termini di barili giornalieri (circa 3,5 milioni quelli prodotti prima dello scoppio del conflitto con l’Iran), ma che incrina irreversibilmente la narrativa di compattezza che l’organizzazione ha sempre ostentato, persino nei momenti di maggiore tensione tra Riyadh e Teheran. L’annuncio, veicolato attraverso l’agenzia di stampa statale Wam, è stato motivato dal ministro dell’Energia, Suhail Al Mazrouei, con una visione strategica di lungo periodo: «Il mondo avrà bisogno di più energia», ha dichiarato, citando tra i motori della nuova domanda anche l’espansione tumultuosa dei data center e dell’intelligenza artificiale.

L’imbuto di Hormuz e la mossa a sorpresa di Abu Dhabi

Il contesto in cui matura questa rottura non è certo pacifico. Le esportazioni dal Golfo Persico, che attraversano lo Stretto di Hormuz, sono di fatto paralizzate da due mesi a causa delle ostilità in corso; un blocco che ha azzerato di fatto la capacità dell’Opec di intervenire come classico regolatore dei mercati. Eppure, è proprio in questo momento di massima tensione che Abu Dhabi ha scelto di giocare la sua carta. Lasciando formalmente il tavolo, gli Emirati si liberano dei vincoli produttivi che l’organismo (e in particolare la regia saudita) aveva imposto loro negli ultimi anni. Mal sopportavano le quote, che li costringevano a tenere sottoterra una capacità produttiva in forte espansione. L’obiettivo dichiarato, come ribadito dallo stesso Al Mazrouei, è quello di raggiungere i 5 milioni di barili al giorno entro il 2027, una soglia che i recenti piani della compagnia nazionale Adnoc (alimentati da investimenti per 150 miliardi di dollari) rendono tutt’altro che irrealistica.

La frattura con Riyadh e i riflessi sul mercato globale

L’addio degli Emirati riapre vecchie crepe mai del tutto saldate all’interno della famiglia del Golfo. I rapporti con l’Arabia Saudita, da tempo raffreddatisi per questioni geopolitiche che spaziano dallo Yemen alla competizione economica, subiscono ora una brusca accelerazione verso la rottura. Non si tratta della prima defezione illustre, se è vero che il Qatar aveva già lasciato nel 2019, seguito dall’Angola nel 2024. Tuttavia, la perdita di un membro storico (aderente dal lontano 1967) e con una capacità di spesa e di produzione così elevata ridimensiona drasticamente l’autorità del cartello. Per i mercati, nel brevissimo periodo, l’impatto concreto rischia di essere limitato proprio a causa del blocco logistico di Hormuz: anche volendo pompare di più, il greggio emiratino fa fatica a uscire. Ma lo scenario che si intravede all’orizzonte, una volta che le acque dello Stretto dovessero tornare navigabili, è quello di una concorrenza spietata, con Abu Dhabi pronta a riversare barili “liberati” per conquistare quote di mercato in Asia e in Europa.

Storia di un cartello alla prova del nuovo secolo

Fondata a Baghdad nel lontano 1960 da Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela, l’Opec ha costruito la sua leggenda (e il suo potere) sulla capacità di trasformare l’oro nero in un’arma geopolitica. La crisi del 1973, con l’embargo ai paesi occidentali che fece schizzare il prezzo da 3 a 11 dollari al barile, ne rappresenta l’apoteosi. Oggi, l’organismo che controlla ancora un terzo della produzione globale e l’80% delle riserve accertate si trova a fare i conti con una realtà frammentata. L’uscita di Abu Dhabi, che ospitò la Cop28 nel 2023 lanciandosi in una strategia paradossale di massimizzazione della rendita fossile per finanziare la transizione verde, dimostra come persino gli alleati storici preferiscano ora l’isolazionismo economico alla disciplina collettiva. Una lezione, questa, che la Casa Bianca di Donald Trump ha accolto con favore, visto che il presidente americano ha sempre accusato il cartello di mantenere i prezzi artificialmente alti a danno dei consumatori occidentali.

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