Il no di Londra al suicidio assistito e il vuoto normativo italiano

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Camera dei Comuni britannica ha respinto il Terminally Ill Adults (End of Life) Bill, il disegno di legge che avrebbe introdotto il suicidio medicalmente assistito per gli adulti in Inghilterra e Galles con una prognosi inferiore a sei mesi. Il voto, arrivato al termine di un dibattito durato quattro ore, si è chiuso con 286 contrari e 270 favorevoli.

Una bocciatura di misura, per sedici voti, che capovolge l’esito della precedente legislatura, quando un testo quasi identico era passato alla Camera dei Comuni con un margine di ventitré voti.

Un percorso parlamentare durato due anni

Il disegno di legge bocciato venerdì proponeva di consentire agli adulti residenti in Inghilterra e Galles, ai quali fossero stati diagnosticati meno di sei mesi di vita, di richiedere l’assistenza medica per porre fine alle proprie sofferenze. Il testo prevedeva una doppia garanzia: l’approvazione di due medici e il via libera di una commissione di esperti.

La proposta era stata presentata dalla deputata laburista Lauren Edwards, dopo che il precedente tentativo, sostenuto da Kim Leadbeater, si era arenato alla Camera dei Lord nell’aprile 2026 per l’ostruzionismo dei pari, che avevano depositato circa milleduecento emendamenti.

Il governo britannico ha mantenuto una posizione neutrale, lasciando ai parlamentari libertà di voto secondo coscienza, svincolata dalle appartenenze partitiche. Il primo ministro Andy Burnham non ha partecipato alla votazione, dichiarando di non voler influenzare indebitamente il dibattito. Le opposizioni al provvedimento hanno riguardato soprattutto il rischio di coercizione verso le persone vulnerabili e l’insufficienza delle tutele previste per i disabili.

Il quadro europeo e le divisioni nel Regno Unito

Il voto britannico si inserisce in un panorama europeo frammentato. Quattro Paesi dell’Unione – Belgio, Spagna, Lussemburgo e Paesi Bassi – hanno leggi che consentono l’eutanasia praticata da un medico. Germania, Italia e Austria ammettono invece solo il suicidio assistito, mentre Irlanda, Francia, Cipro, Malta, Portogallo e Slovenia stanno lavorando a proprie normative. In Francia, l’Assemblea nazionale ha approvato un disegno di legge sull’aiuto a morire nel maggio 2025, ma il Senato lo ha respinto in prima lettura a gennaio 2026.

Nel Regno Unito il dibattito non è nuovo. Nel 2015 la Camera dei Comuni aveva già respinto un’analoga proposta con 330 voti contrari e 118 favorevoli, mentre nel 2024 il comitato per la Salute e l’Assistenza sociale aveva pubblicato un rapporto dopo quattordici mesi di audizioni. La Chiesa cattolica d’Inghilterra e Galles e la Chiesa d’Inghilterra avevano espresso contrarietà al testo, definendolo “sbagliato in linea di principio” e “profondamente imperfetto”.

La situazione italiana tra sentenze e leggi regionali

In Italia la materia resta priva di una legge nazionale organica. La Corte costituzionale, con la sentenza 242 del 2019, ha stabilito che l’aiuto al suicidio non è punibile quando ricorrono quattro condizioni: la persona è capace di intendere e di volere, è affetta da una patologia irreversibile, soffre in modo intollerabile e dipende da trattamenti di sostegno vitale.

Da allora le richieste formali registrate nel Paese sono state cinquantuno, ma il percorso non è uniforme: molte aziende sanitarie accumulano ritardi o si rifiutano di procedere, costringendo i malati a ricorrere ai giudici.

La Toscana, nel marzo 2025, è stata la prima regione ad approvare una normativa che definisce tempi e procedure per la valutazione delle richieste. Il governo ha impugnato la legge davanti alla Corte costituzionale, sostenendo che la materia spetta esclusivamente al Parlamento. Secondo i dati Censis citati in uno studio dell’Università di Pisa, il 74 per cento degli italiani si dichiara favorevole all’eutanasia o al suicidio assistito, con percentuali più alte tra i giovani e i laureati.

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