Elon Musk dona un altro milione (e sono quattro) per l’archeologia romana

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il fondatore di Tesla e SpaceX, nel giorno del 2779esimo “Natale di Roma” celebrato il 21 aprile, ha scelto di legare il proprio nome – ancora una volta – alla tutela della pietra e della polvere dei Fori. Attraverso una nota diffusa dal proprio staff, l’imprenditore ha ufficializzato un nuovo stanziamento da un milione di dollari, destinato a finanziare progetti di scavo, restauro e, particolare non secondario, digitalizzazione del patrimonio archeologico legato alla civiltà romana. Con quest’ultimo bonifico, che arriva a distanza di pochi mesi da precedenti erogazioni, il contributo complessivo fornito dalla sua fondazione tocca quota 4 milioni di dollari in meno di due anni.

Dove finiscono (e come vengono spesi) i fondi della fondazione Musk

A differenza di altre operazioni filantropiche, spesso avvolte da un alone di genericità, in questo caso i destinatari sono ben identificati. Lo staff ha specificato che le risorse, arrivate direttamente “a chi lavora sul campo”, finiranno nelle mani di archeologi, restauratori, università e centri di ricerca, non solo in Italia ma anche in altri Paesi che un tempo appartenevano al bacino del Mediterraneo romano. I soldi, insomma, serviranno a coprire le voci più disparate: si va dalle campagne di scavo tradizionali agli interventi di conservazione e restauro, fino a progetti di documentazione digitale (scansioni e mappature 3D di monumenti). La strategia, a ben vedere, non si limita a preservare la materia, ma punta a trasformarla in dati immateriali, come se l’impero dovesse sopravvivere anche nel cloud.

Tecnologia e polvere: la doppia anima del mecenatismo moderno

Dietro la donazione, d’altronde, si intravede l’approccio tipico di Musk. Non una semplice elemosina per il passato, ma un investimento che coniuga la ricerca storica con l’innovazione. Le scansioni tridimensionali e le mappature digitali dei siti rappresentano una delle cifre principali di questo intervento. In un’epoca in cui il rischio idrogeologico o semplicemente lo scorrere del tempo minaccia la conservazione fisica dei resti, creare un gemello digitale permette di studiarli e “visitarli” anche senza calpestarli. È una logica applicata già in altri settori da Musk (si pensi alla digitalizzazione dei processi produttivi) che ora viene esportata nel campo dei beni culturali.

L’impegno italiano tra papiri di Ercolano e musei statali

Questa non è, per la cronaca, l’unica operazione del tycoon nel settore archeologico nazionale. La sua fondazione ha già finanziato in precedenza progetti come la “Vesuvius Challenge”, la competizione tecnologica che punta a decifrare i papiri carbonizzati di Ercolano utilizzando l’intelligenza artificiale. Inoltre, il progetto “Expandere Conscientiae Lumen” (ECL) – promosso da Ancient Rome Live e dall’American Institute for Roman Culture – vede tra i suoi partner istituzioni di primo piano italiane, tra cui il Museo Nazionale Romano e la Galleria degli Uffizi. Un segnale, questo, di una rete di collaborazione meno informale di quanto si possa pensare, che lega i capitali privati americani alle eccellenze museali dello Stato italiano, sebbene non siano stati indicati ufficialmente gli enti ricettori specifici di quest’ultima tranche da un milione.

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