Fabio Capello attacca: "Gli arbitri sono una mafia, una casta chiusa"

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Sport Redazione Sport   -   In un’intervista al quotidiano spagnolo Marca, rilasciata mentre in Spagna infuria il caso Negreira, l’allenatore Fabio Capello ha scagliato accuse durissime contro il sistema arbitrale italiano e internazionale, definendolo, senza mezzi termini, “una mafia”. L’ex tecnico di Milan, Juventus, Roma e Real Madrid, oggi opinionista, ha dipinto un quadro di una categoria chiusa e refrattaria a qualsiasi innovazione che provenga dall’esterno, specialmente dal mondo dei giocatori. Le sue parole, che riecheggiano vecchi e mai sopiti risentimenti, toccano anche il nervo scoperto di Calciopoli, scandalo del quale la Juventus da lui allenata fu protagonista, seppur in veste di parte lesa dopo le sentenze definitive.

Il cuore della polemica: il Var e la “casta”

Il bersaglio principale della veemente invettiva di Capello è il Var, la tecnologia di cui, paradossalmente, molti si aspettavano maggiore trasparenza. L’allenatore lo descrive invece come il simbolo dell’autoreferenzialità arbitrale. “Una casta chiusa”, ha affermato, sostenendo con decisione che gli arbitri “non vogliono contare sugli ex giocatori”. Secondo la sua analisi, è proprio questa esclusione a generare molti degli errori che, nonostante gli strumenti a disposizione, continuano a susseguirsi. La mancanza di quella che lui definisce “gente che conosce i movimenti del calcio, il gesto che fa un giocatore per fermarsi o aiutarsi” porterebbe a valutazioni tecnicamente distorte, frutto di una preparazione puramente teorica e non vissuta sul campo.

Il parallelo con il caso spagnolo e l’ombra di Calciopoli

Il contesto dell’intervista, il caso Negreira che travolge il calcio spagnolo con accuse di pagamenti illeciti a un ex arbitro, fornisce uno sfondo esplosivo alle dichiarazioni. Capello, interrogato proprio su quel scandalo, ha risposto con una frase che sembra trascendere i Pirenei: “Hanno provato a fermarci ma non ci sono riusciti! Non ce l’hanno fatta”. Un’affermazione che, se da un lato può essere letta in riferimento alle sue vittorie sportive, dall’altro inevitabilmente riporta la mente a dinamiche di pressioni e tentativi di condizionamento. Il riferimento a Calciopoli, sebbene non esplicito in questa frase, è un’ombra lunga che percorre tutto il suo ragionamento, un periodo storico che ha segnato la sua esperienza in Italia e che sembra ancora oggi informare la sua percezione di un sistema mai completamente ripulito.

La proposta: integrare ex calciatori nel sistema

Al di là della polemica, che qualcuno potrebbe considerare iperbolica, Capello avanza una proposta precisa, che mira a scardinare quella che percepisce come una razione impermeabile. La soluzione, per lui, risiede nell’inclusione forzata di competenze specifiche. Insiste sul fatto che gli errori derivino spesso dall’ignoranza di quelle sfumature tattiche e fisiche che solo un ex professionista può decifrare in tempo reale. “Prendono decisioni che non sono corrette, perché non hanno giocato”, ha sintetizzato, chiudendo il cerchio del suo ragionamento. Una critica che, al di là dei toni forti, solleva una questione tecnica sulla formazione e la composizione degli organi che governano l’utilizzo del Var, chiamando in causa le federazioni sulla necessità di ampliare gli orizzonti di reclutamento.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.