Telecom Italia, Poste sale all'86,95% dopo l'Opas: il ritorno sotto l'ala pubblica e il caso extra-tassa

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Poste Italiane allunga ancora la propria presa su Telecom Italia. Dopo la conclusione dell'offerta pubblica di acquisto e scambio, il gruppo guidato da Matteo Del Fante ha acquistato sul mercato un ulteriore pacchetto di azioni, portando la partecipazione dall'85,82% all'86,952% del capitale. L'incremento, di poco superiore a un punto percentuale, consolida la posizione dell'azionista pubblico nell'operatore telefonico e riduce ulteriormente la quota rimasta a disposizione degli investitori di minoranza.

Le operazioni sono state effettuate a prezzi compresi tra 6,577 euro e valori prossimi alla soglia di 6,65 euro, con un esborso complessivo di circa 159 milioni di euro.

La soglia del 90% resta lontana, ma non è una priorità

L'obiettivo del delisting non è stato centrato: perché Tim esca da Piazza Affari servirebbe il 90% del capitale, soglia che Poste non ha raggiunto al termine dell'Opas. Il management non ha definito un piano prestabilito per arrivarci e mantiene un approccio flessibile, valutando eventuali nuovi acquisti in base all'andamento del titolo e alla possibilità di rilevare azioni a condizioni favorevoli.

Nel frattempo, il gruppo ha già avviato le attività di direzione e coordinamento della controllata, con l'obiettivo dichiarato di condividere le strategie e accentrare alcune funzioni per ottenere economie di scala. Il progetto di integrazione punta a generare almeno 700 milioni di euro di risparmi annui.

Dalla privatizzazione del 1997 al ritorno sotto il controllo statale

La storia di Tim comincia nel 1997, quando il ministero del Tesoro diede il via alla più grande offerta pubblica di vendita mai realizzata in Europa: 1,5 miliardi di azioni ordinarie collocate sul mercato, con oltre 2 milioni di risparmiatori che aderirono all'operazione. All'epoca, il gruppo veniva ceduto insieme alla sua infrastruttura di rete, in un corpo unico che comprendeva fissa e mobile.

La scelta rispondeva ai requisiti d'ingresso dell'Italia nell'euro, ma già allora il settore delle telecomunicazioni era considerato un asset strategico, e i ripensamenti non tardarono ad arrivare. Negli anni successivi si sono susseguiti passaggi di mano e tentativi di riprendere il controllo della rete, da Tronchetti Provera a Telefonica fino a Vivendi, senza che nessuno degli azionisti di riferimento accettasse mai di separarsi dall'infrastruttura.

La svolta di Labriola e la cessione della rete

Il punto di rottura arriva con la gestione di Pietro Labriola, che negli ultimi quattro anni ha stabilizzato il gruppo vendendo la rete fissa a Kkr, ministero dell'Economia e F2i per 19 miliardi di euro, 22 miliardi includendo le componenti aggiuntive differite. È stata la pietra angolare per strutturare un piano di rilancio sostenibile, ma anche l'innesco del riassetto azionario che ha portato alla progressiva uscita di Vivendi e all'ingresso di Poste come azionista industriale stabile.

Del Fante si è mosso dopo aver studiato a lungo il dossier: prima ha rilevato il 10% da Cassa depositi e prestiti, poi ha liquidato Vivendi per salire al 27% e diventare primo azionista, dando il via al riavvicinamento dello Stato a Tim.

Il caso extra-tassa finisce sul tavolo del Mef

Sul fronte fiscale, la vicenda dell'Opas ha generato un effetto collaterale che ha attirato l'attenzione del Parlamento. Secondo quanto emerso, i valori di scarico delle azioni Tim conferite e quelli di carico dei titoli Poste ricevuti in cambio sono stati gonfiati per effetto di un meccanismo interpretativo delle norme vigenti, generando un carico fiscale aggiuntivo di 0,47 euro per azione. Il deputato della Lega Giulio Centemero ha depositato un'interrogazione al ministero dell'Economia per chiedere quali iniziative il governo intenda assumere.

«Il Fisco dovrebbe tassare una plusvalenza reale, non crearne una virtuale», ha dichiarato Centemero, spiegando che l'obiettivo è capire se l'applicazione dell'articolo 9 del Tuir determini una plusvalenza fiscalmente rilevante superiore al guadagno effettivamente realizzato dall'investitore.

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