Il giorno in cui Andrea è tornato cittadino come gli altri: arrestato a Sandringham con l’accusa di aver passato segreti a Epstein
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Redazione Esteri
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La musica, per Andrea Mountbatten-Windsor, è finita esattamente alle otto di ieri mattina, quando una squadra di agenti in borghese della Thames Valley Police si è presentata al cancello di Wood Farm, la modesta dépendance sulla tenuta di Sandringham dove il re lo ha relegato dopo avergli strappato i titoli e la residenza. Gli hanno bussato alla porta nel giorno del suo sessantaseiesimo compleanno, e non si trattava certo di una visita di auguri. Il signor Mountbatten-Windsor – questo l’unico appellativo che Carlo III gli riconosce ormai da mesi – è stato tratto in arresto con l’accusa di misconduct in public office, un reato che nel Regno Unito può costare la libertà fino all’ergastolo e che, nel suo caso specifico, riguarda il sospetto che abbia consegnato documenti sensibili del governo a Jeffrey Epstein mentre ricopriva l’incarico di inviato speciale per il commercio estero.
Gli agenti, dopo averlo prelevato, hanno passato al setaccio due proprietà a lui collegate: la stessa Wood Farm, nel Norfolk, e quella che fino a poche settimane fa era la sua dimora, lo sfarzoso Royal Lodge nel Berkshire, dove per vent’anni ha vissuto da parassita della corona. Non è stato un fermo lampo, perché l’ex principe è rimasto in custodia per quasi dieci ore, sottoposto a interrogatorio, prima di essere rilasciato in serata, ma restando formalmente indagato e a disposizione delle autorità. La polizia, nel rispetto delle rigide normative britanniche che impediscono di divulgare nomi in questa fase, non lo ha mai citato direttamente nel comunicato ufficiale, ma i riferimenti alla sua età e alla località sono apparsi fin da subito inequivocabili ai cronisti presenti.
La freddezza di Buckingham e il principio invocato da Starmer
La reazione di Buckingham Palace non è stata quella di una famiglia reale che corre a difendere uno dei suoi, ma piuttosto quella di un’istituzione che prende le distanze da un parente scomodo con una rapidità che non ammette repliche. Re Carlo, che negli ultimi mesi ha lavorato metodicamente per spogliare il fratello di ogni parvenza di regalità, ha diramato una nota in cui si dice “profondamente preoccupato” per la notizia, ma ha aggiunto senza esitazioni che le autorità investigative avranno “il nostro pieno e convinto sostegno e la nostra cooperazione”. Il sovrano, e con lui il principe e la principessa del Galles che ne hanno appoggiato la presa di posizione, ha voluto che fosse chiaro a tutti che la legge deve fare il suo corso, e che nessuno, nemmeno chi porta il cognome Windsor, può sottrarsi a questo principio.
E del resto, il primo ministro Keir Starmer lo aveva avvertito senza giri di parole nelle ore precedenti l’operazione, ribadendo un concetto che in Gran Bretagna, in queste settimane di scosse telluriche provocate dall’ondata di rivelazioni contenute nei cosiddetti Epstein Files, è diventato un mantra: nessuno è al di sopra della legge. L’arresto di ieri, infatti, non nasce dal nulla, ma è il frutto dell’ultima, imponente tornata di documenti desecretati dal Dipartimento di Giustizia americano, che hanno riportato sotto i riflettori i rapporti tra il finanziere pedofilo e l’élite britannica. In particolare, alcuni scambi di posta elettronica hanno mostrato come Andrea, all’epoca in cui svolgeva funzioni pubbliche, avesse inoltrato a Epstein resoconti confidenziali delle sue visite ufficiali in Asia meridionale, e persino note su opportunità di investimento in Afghanistan.
Le voci di chi ha subito e la nuova vita da semplice cittadino
Mentre il signor Mountbatten-Windsor trascorreva il suo compleanno in una stanza della polizia, c’è chi quel giorno lo aspettava da molto tempo. La famiglia di Virginia Giuffre, la donna che per anni ha accusato l’ex principe di averla violentata quando era ancora minorenne dopo essere stata trafficata da Epstein, e che lo scorso anno si è tolta la vita in Australia, ha rotto il silenzio con parole che trasmettevano un sollievo profondo. In una nota diffusa attraverso i propri legali, i parenti di Virginia hanno parlato di “cuori spezzati che oggi si sollevano”, sottolineando come l’arresto dimostri che nessuno, e qui hanno aggiunto “nemmeno i reali”, può sentirsi intoccabile. Hanno voluto ricordare che per loro, come per tutte le sopravvissute, Virginia aveva combattuto una battaglia che oggi vede un passo avanti verso quella che definiscono “responsabilità”.
L’operazione di ieri rappresenta uno spartiacque non solo per la parabola personale di Andrea, che da secondo figlio della regina Elisabetta si è ritrovato spoglio di ogni Titolo e ora anche indagato penalmente, ma per la stessa monarchia britannica. Se fino a ieri si discuteva della sua aura di decadenza, della perdita del trattamento da His Royal Highness e dello sfratto dalla reggia di Windsor, oggi il confronto è con la giustizia ordinaria, quella che non conosce appellativi nobiliari. Re Carlo ha fatto sapere di non essere stato avvertito preventivamente dell’arresto, a significare che la mano della legge, quando si è mossa, non ha concesso deroghe né preavvisi a Buckingham Palace. Per Andrea Mountbatten-Windsor, d’ora in poi, la partita si giocherà nelle aule dei tribunali, dove l’unica cosa che conta non è il sangue che scorre nelle vene, ma le prove che gli inquirenti continueranno a cercare nelle stanze da cui è stato cacciato.




