Vigilessa uccisa ad Anzola, il carabiniere-testimone: “Gualandi spostò subito la pistola”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quando l’appuntato dei carabinieri Giuseppe Di Pasquale fece ingresso nel comando di polizia locale di Anzola Emilia, pochi istanti dopo la morte di Sofia Stefani, notò immediatamente alcuni gesti compiuti da Giampiero Gualandi, l’ex comandante della polizia locale e principale imputato nel processo per l’omicidio della giovane vigilessa. Di Pasquale, il primo ad arrivare sulla scena del crimine, ha riferito alla Corte di assise di Bologna che Gualandi, appena varcata la soglia, spostò con rapidità la pistola, un dettaglio che non è passato inosservato e che assume un peso significativo nel contesto delle indagini.

Il processo, che si sta celebrando a Bologna, sta portando alla luce aspetti inquietanti della relazione tra Gualandi e Stefani, una dinamica che va ben oltre il semplice rapporto professionale. Durante l’udienza, la procuratrice aggiunta Lucia Russo e l’avvocato Andrea Speranzoni, difensore della famiglia Stefani, hanno fatto riferimento a un “contratto di sottomissione sessuale” firmato dai due il 18 maggio 2023. Un accordo che, secondo quanto emerso, delineava un rapporto di potere squilibrato, in cui Gualandi si autoproclamava “il padrone”, colui che “tutto può sulla sua schiava”, mentre Sofia Stefani assumeva il ruolo di “sottomessa”.

Il documento, composto da dodici clausole che vincolavano la vigilessa, due che riguardavano Gualandi e tre che impegnavano entrambi, è stato presentato in aula come prova a sostegno dell’accusa. Un patto che, se da un lato potrebbe apparire come il frutto di una relazione consensuale, dall’altro solleva interrogativi sulla natura coercitiva di un legame che si è concluso in modo tragico.

La morte di Sofia Stefani, avvenuta nel 2024, ha lasciato una scia di domande a cui la giustizia sta cercando di rispondere. Gualandi, che al momento dei fatti ha dichiarato al 118 “è partito un colpo”, è accusato di omicidio volontario. Le indagini hanno ricostruito una relazione complessa, in cui i confini tra consenso e abuso sembrano sfumati, e il processo sta cercando di fare luce su una vicenda che ha sconvolto non solo Anzola Emilia, ma anche chi ha seguito il caso da fuori.

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