La frenata di Trump: combattimenti finiti, scorta navale fermata

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
ESTERI

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’annuncio, piombato come un fulmine a ciel sereno nel pomeriggio di domenica sui canali ufficiali della Casa Bianca e rilanciato dal rituale post su Truth Social, è durato appena lo spazio di un fine settimana.

Il presidente Donald Trump ha infatti comunicato la sospensione temporanea del “Project Freedom”, quella ambiziosa operazione militare – presentata solo 36 ore prima come la soluzione definitiva per ripulire lo Stretto di Hormuz – che avrebbe dovuto scortare le navi mercantili fuori dall’area bloccata dalla marina iraniana.

A rendere la manovra ancora più emblematica, nella sua dichiarazione ufficiale, Trump ha specificato che il blocco navale nei confronti di Teheran rimarrà “pienamente in vigore”, nonostante la sospensione delle scorte armate; una precisazione, quest’ultima, che rivela tutta la cautela dell’amministrazione nel non mostrare alcun cedimento strategico.

La motivazione addotta dal presidente, filtrata in un messaggio che mescola consueta teatralità e duro realismo geopolitico, farebbe leva su una richiesta pervenuta dal Pakistan e da “altri Paesi”, nonché sulla volontà di testare la concreta fattibilità di un accordo completo con la Repubblica Islamica. repubblica +1

Il nodo saudita e il veto sulle basi aeree

Se la narrativa ufficiale parla di opportunità diplomatica, ricostruzioni più approfondite – suffragate da testimonianze raccolte da fonti statunitensi e riportate da Nbc News – dipingono invece uno scenario di forti frizioni all’interno del fronte alleato del Golfo.

A causare l’improvvisa retromarcia, spiegano due funzionari americani, sarebbe stata la reazione indignata dell’Arabia Saudita.

Riad, sorpresa in modo maldestro dall’annuncio social del tycoon – operazione non preventivamente concordata né con i sauditi né con gli altri partner regionali come Qatar e Oman – avrebbe risposto con una mossa a dir poco drastica: negare agli Stati Uniti l’autorizzazione al decollo dalla base aerea Prince Sultan e, contestualmente, chiudere lo spazio aereo saudita ai sorvoli necessari per supportare le incursioni di “Project Freedom”.

Una doccia gelata per il Pentagono, che senza questi permessi (tecnici noti con l’acronimo ABO, che sta per “accesso, basi e sorvolo”) si è trovato con le mani legate di fronte alla geografia della regione.

Nemmeno un'intercessione diretta del presidente Trump con il principe ereditario Mohammed bin Salman, avvenuta nel tentativo di salvare l’operazione, è servita a scongelare l’impasse; al contrario, la ferma presa di posizione di Riyad ha lasciato poco spazio alla mediazione, suggerendo che la frattura tra i due alleati sia più profonda di quanto trapeli dai comunicati ufficiali. repubblica +1

La partita diplomatica con l’Iran e i cantieri petroliferi

Mentre i fucili tacciono lungo lo Stretto, dove l’intensità degli scambi missilistici delle scorse settimane ha lasciato spazio a una cauta tregua, il fronte economico-energetico rimane però incandescente.

Funzionari iraniani hanno confermato l’avvio delle operazioni di ripristino nei giganteschi impianti petroliferi e del gas danneggiati durante il recente conflitto con Stati Uniti e Israele, un lavoro immane considerata la portata dei bombardamenti che hanno colpito le infrastrutture strategiche del Paese.

Sul fronte delle trattative, l’attenzione è tutta concentrata sulla risposta che Teheran dovrebbe consegnare agli intermediari pakistani – forse già in queste ore – riguardo alla bozza di accordo proposta da Washington.

Secondo indiscrezioni raccolte da Cnn e riprese dalla stampa internazionale, l’intesa in cantiere prevedrebbe una road map a tappe per ridurre le ostilità; in cambio dello stop alle operazioni di scorta, gli Stati Uniti chiedono garanzie ferree sul programma nucleare e la fine del blocco navale de facto imposto dalle forze della Guardia Rivoluzionaria. repubblica +1

Un piano da 14 punti e il nodo dell’uranio

A tratteggiare i contorni di un possibile accordo ci hanno pensato diverse fonti vicine ai negoziatori, che descrivono un documento articolato in ben 14 punti.

Tra gli aspetti più delicati, quello della moratoria sull’arricchimento dell’uranio: mentre l’amministrazione Trump spinge per uno stop lungo almeno 12 o addirittura 15 anni (con alcuni funzionari che avevano inizialmente gettato sul tavolo l’ipotesi di un congelamento ventennale), i rappresentanti iraniani avrebbero proposto una forbice molto più ristretta, fermandosi a soli cinque anni.

Un gap, questo, che rischia di far arenare i colloqui prima ancora che inizino sul serio.

Il tutto mentre, sullo sfondo, si muove l’ombra dei danneggiati impianti petroliferi: il loro lento ritorno in funzione è un tassello cruciale per stabilizzare i prezzi del greggio, volati alle stelle dopo la chiusura di Hormuz, un canale da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. repubblica +1

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.