Il nuovo Sandokan, tra vecchio fascino e nuovo linguaggio, conquista la televisione

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Quella che si è materializzata sugli schermi è una Tigre della Malesia inedita, figlia del suo tempo quanto lo fu, a suo modo, quella storica di cinquant'anni fa. La serie, prodotta da Rai Fiction e Lux Vide su un'idea di Luca Bernabei e sviluppata da Alessandro Sermoneta, Scott Rosenbaum e Davide Lantieri per la regia di Jan Maria Michelini e Nicola Abbatangelo, ha infatti registrato un esordio da primato assoluto, agganciando davanti a Rai1 quasi sei milioni di persone, una percentuale che sfiora il trentacinque per cento di share e che rappresenta un dato ormai raro nell'odierno panorama televisivo. Un ruggito, il suo, che ha fatto immediatamente parlare di un possibile rilancio del medium tradizionale, capace di catalizzare un pubblico vastissimo attorno a un'epopea avventurosa che, seppur rivisitata, affonda le radici nel genio narrativo di Emilio Salgari e nei suoi personaggi immortali.

Un paragone improprio ma necessario

Stabilire un confronto diretto e netto con la celebre serie del 1976, che rese iconico il personaggio, si rivela un'operazione concettualmente sterile, poiché interi cicli storici e mediatici separano le due produzioni, le quali rispondono a sensibilità e codici espressivi profondamente differenti. Eppure, un accostamento, se condotto per valorizzare le specificità di ciascuna opera piuttosto che per decretarne la superiorità, può rivelarsi utile a coglierne le distinte nature. Il Sandokan originale, infatti, era permeato da una certa tensione epico-lirica, una cadenza romantica che lo avvicinava al tono della saga; la nuova versione, al contrario, sceglie un ritmo più serrato e una struttura narrativa che attinge palesemente al linguaggio della telenovela contemporanea, pur mantenendo l'ambientazione nel Borneo ottocentesco, teatro degli scontri tra popoli indigeni e potenze coloniali avide.

La cifra stilistica della nuova produzione

Ciò che salta all'occhio, oltre alla perfezione tecnica e alla ricchezza produttiva che sono ormai standard per le grandi serie internazionali, è una diversa caratterizzazione dell'universo salgariano. L'eroismo, un tempo declinato in termini quasi cavallereschi, cede qui parzialmente il passo a una rappresentazione più terrestre e grezza: il "popolo di Sandokan" appare più come un insieme di pirati e briganti, uomini dalla moralità ambigua e dalle motivazioni concrete, che non come una schiera di guerrieri idealizzati. La serie insiste, com'è nello spirito del tempo, sull'etnicità esotica e su una coralità che stempera, in parte, il carisma del singolo eroe, disegnando un affresco più ampio e composito.

La scelta dell'interprete e il rinnovato mito

Proprio sul carisma dell'eroe si è concentrato un dibattito acceso, sollevato dalla scelta di affidare il ruolo a Can Yaman. L'attore turco, la cui idoneità al personaggio è stata discussa, incarna una Tigre della Malesia dalla fisicità imponente e dal fascino moderno, interpretando una versione che la direttrice di Rai Fiction Maria Pia Ammirati ha definito "rispettosa della storia ma rinnovata per le nuove generazioni". Un progetto, quindi, che non intende sostituire la memoria dello spettacolo passato ma piuttosto reinfocolarne il mito, aggiornandone i connotati espressivi – dall'azione alla psicologia dei personaggi – per un pubblico che cambia, come dimostra il successo di ascolti che ha fatto tirare un sospiro di sollievo alla Rai, aprendo a nuove riflessioni sulle potenzialità della fiction di ampio consumo.

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