Fabio Mancini, il top model che deve tutto ad Armani: «Per me è stato un secondo padre»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Fabio Mancini, il top model internazionale che per quindici anni è stato il volto di numerose campagne del gruppo Armani, attribuisce al celebre stilista il merito di avergli trasmesso «la dignità del lavoro» e un’etica rigorosa che lo ha tenuto lontano dalle derive, purtroppo non infrequenti nel mondo della moda, di «feste, alcol e droga». L’ex ragazzo italiano, che ha raggiunto la top 25 dei modelli più quotati al mondo ed è stato immortalato da maestri della fotografia come Oliviero Toscani e Bruce Weber, parla con devozione del suo mentore, definendolo senza esitazione «un secondo padre», mentre rifiuta con umiltà qualsiasi attributo di iconicità per sé stesso, riservandolo esclusivamente al «signor Armani».

L’eredità, non solo materiale, dello stilista – la cui scomparsa ha segnato la fine di un’era – è stata oggetto di meticolosa pianificazione, come lui stesso ha rivelato nella sua autobiografia, attraverso quella che può essere definita una sorta di «testamento imprenditoriale». Questo documento, concepito per preservare l’indipendenza e i valori fondanti del marchio, affida il futuro dell’impero a una cerchia ristretta di «custodi», selezionati sia in ambito familiare che professionale.

Tra i nomi che emergono con forza in questo delicato passaggio generazionale c’è quello di Leo Dell’Orco, compagno di vita e di lavoro dello stilista per oltre quattro decenni. Nato Pantaleo Dell’Orco a Bisceglie nel 1952, ultimo di cinque fratelli, lasciò la Puglia da giovane per costruirsi un futuro a Milano. La sua storia, da ragazzo di provincia a braccio destro di un genio della moda, è emblematica di una dedizione totale, un legame simbiotico che lo ha reso una figura centrale nell’universo Armani e, oggi, un possibile successore alla guida dell’azienda.

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