Landini sbaglia sui salari, mentre Orbán fa il gioco di Putin in Europa
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Redazione Interno
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Le recenti dichiarazioni del segretario della Cgil, Maurizio Landini, riguardo ai salari e al cosiddetto "furto fiscale" si scontrano con una realtà dei fatti che le smentisce. Se da un lato, infatti, Landini sostiene che l'inflazione abbia eroso il potere d'acquisto dei lavoratori, i dati più aggiornati rivelano come, a partire dal 2022, le retribuzioni abbiano complessivamente superato l'aumento del carovita, un risultato favorito dalle misure messe in campo dall'esecutivo. Una posizione, quella del leader sindacale, che appare dunque doppiamente imprecata, non solo nella diagnosi ma anche nell'analisi delle contromisure governative, le quali, al contrario, hanno contribuito a proteggere, seppur tra molte difficoltà, il valore dei redditi da lavoro.
L'anomalia Orbán e il gelo romano
Su un altro scenario, ben più ampio e carico di conseguenze internazionali, si staglia invece la figura del primo ministro ungherese Viktor Orbán, il cui ultimo piano per la "pace e la stabilità in Europa" suona come una clamorosa dissonanza rispetto alla posizione ufficiale dell'Unione. Come ha sottolineato l'analisi di Goffredo Buccini, ci si troverebbe di fronte a un paradosso stridente: un leader, il cui bilancio nazionale è fortemente sostenuto dai finanziamenti di Bruxelles, che non perde occasione per diffamare l'istituzione da cui dipende la prosperità del suo paese. Questo "autocrate", come viene definito, inventore della "democrazia illiberale", rappresenta una cartina di tornasole degli errori compiuti e, osservando le sue mosse, si potrebbe capire quale strada intraprendere per correggerli. La sua visita a Roma ha messo in luce le profonde divisioni nella maggioranza di governo: da una parte il leader della Lega, Matteo Salvini, che ha trasformato l'incontro in una vetrina politica, esaltando l'alleato con toni affettuosi e proiettando un'immagine di unità; dall'altra, la premier Giorgia Meloni, che a Palazzo Chigi ha invece cercato di contenere le uscite anti-europee dell'ospite, mantenendo un evidente distanza.
Il piano filo-russo e le reazioni
La sostanza della proposta orbániana, annunciata tramite la piattaforma di social media X, delinea una strategia che sembra allinearsi in modo preoccupante con gli interessi del Cremlino. Il piano, che invita a "negoziare direttamente con la Russia" e a ridurre al minimo i fondi destinati all'Ucraina, privilegiando il mantenimento delle risorse all'interno dell'Europa, di fatto mina la solidarietà transatlantica e la linea di fermo sostegno a Kiev, una linea che vede l'Italia e gli altri partner europei schierati in modo compatto. L'idea di un'Ucraina relegata a mero "partner strategico" e non a futuro membro dell'Unione, unita alla richiesta di rispettare le scelte energetiche di ciascun paese, che in questo contesto significa legittimare la dipendenza dal gas russo, configura un approccio che isola l'Ungheria e crea una frattura pericolosa all'interno del blocco.
Una quinta colonna dentro le istituzioni
La posizione di Orbán, che alcuni non esitano a definire una "quinta colonna" di Putin all'interno stessa dell'Unione Europea, costringe le cancellerie del continente a una riflessione profonda sulle proprie strategie e sui meccanismi di funzionamento. La sua capacità di bloccare o ritardare decisioni cruciali, sfruttando le regole dell'unanimità, pone un problema di tenuta politica che va ben al di là delle singole contingenze. L'episodio romano, con il suo dualismo tra l'entusiasmo di Salvini e il gelo di Meloni, non fa che confermare come la presenza di un attore così destabilizzante obblighi a un ripensamento delle dinamiche comunitarie, spingendo verso un cambiamento che, sebbene non esplicitato, appare ormai inevitabile per preservare la coesione e la sicurezza collettiva di fronte alla minaccia russa.




