Il monito di Gino Cecchettin: educazione affettiva fin dall'infanzia per fermare la violenza
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Redazione Interno
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A due anni dal femminicidio di Giulia Cecchettin, la riflessione collettiva si sposta, con crescente insistenza, dalla reazione alla prevenzione, individuando nella formazione delle giovani generazioni l’asse portante di un contrasto strutturale alla violenza di genere. Di questo percorso, che non può più essere considerato accessorio, si è fatto portavoce dinanzi alla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio il padre della studentessa, Gino Cecchettin, il quale, parlando anche in qualità di presidente della Fondazione intitolata alla figlia, ne ha ribadito il carattere di assoluta priorità. La sua testimonianza, che trae una legittimità profonda dal dolore trasformato in impegno civile, ha sottolineato senza ambagi come l’educazione affettiva debba cominciare precocemente, fin dalla scuola dell’infanzia, per scardinare alla radice quei modelli culturali tossici che spesso sfociano in episodi di sopraffazione.
Le piazze che ricordano con il rumore
Mentre le parole di Cecchettin risuonavano nell’aula di un’istituzione dello Stato, a dare concretezza visiva e sonora a quell’appello sono scesi in piazza, in diverse città, centinaia di studenti. A Padova, in piazza Portello, l’Udu e la Rete degli Studenti Medi hanno organizzato un presidio, esponendo uno striscione che riportava la tragica premonizione “Se domani non torno distruggi tutto”; un’iniziativa, questa, che è servita a ricordare come la paura e la minaccia siano esperienze quotidiane per troppe donne. L’evento si è concluso con un fragoroso minuto di rumore, creato agitando mazzi di chiavi e campanelli, una risposta corale e simbolica che si oppone al silenzio spesso complice.
Una protesta che nasce da una richiesta istituzionale
Quella del “minuto di rumore”, d’altronde, è una pratica che affonda le sue radici proprio nella volontà di contrapporsi a una narrazione ritenuta insufficiente. L’idea, come è noto, nacque due anni or sono come reazione diretta alla richiesta del ministro dell’Istruzione, il quale aveva invece indicato un minuto di silenzio per onorare la memoria di Giulia. Quel gesto, da allora, è diventato un potente simbolo di denuncia, un modo per affermare che di fronte all’inerzia e alla violenza non si intende restare inermi, ma è necessario alzare la voce, collettivamente e senza timori.
La stessa indignazione in altre università
Lo stesso spirito di protesta sonora si è manifestato, in modo del tutto analogo, anche all’università La Sapienza di Roma, dove un nutrito gruppo di studentesse e studenti si è radunato sulle scale del rettorato. Anche lì, il chiasso assordante di chiavi e altri oggetti ha rotto il consueto brusio dell’ateneo, trasformandosi in un atto di solidarietà per Giulia e per tutte le altre vittime di femminicidio. Una rappresentante del movimento studentesco, commentando la situazione, ha evidenziato la frustrazione di chi si trova ancora a dover contare, giorno dopo giorno, gli episodi di violenza e i femminicidi, come fossero una lugubre cronaca a cui non si riesce a porre fine.




