Allerta sui cieli della Polonia dopo le incursioni russe in Estonia e i raid in Ucraina

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione lungo il confine orientale della Nato rimane altissima, mentre i cieli della Polonia sono stati nuovamente sorvegliati da caccia in allerta durante l’ultimo massiccio attacco aereo russo contro l’Ucraina. L’operazione di risposta, che si è protratta fino alle sette del mattino, è stata una misura precauzionale diretta contro il ripetersi di violazioni dello spazio aereo, come quella avvenuta poche ore prima nei cieli estoni. In quell’occasione, aerei militari russi sono rimasti per ben dodici minuti nello spazio aereo della Nato, prima di essere infine allontanati dagli F35 italiani decollati per l’intercettazione; un episodio che Mosca, com’è sua consuetudine, ha categoricamente negato, nonostante le evidenze contrarie.

La Finlandia, attraverso i suoi canali ufficiali, ha definito «totalmente riprovevole e sconsiderata» la condotta della Russia, la cui campagna di bombardamenti in Ucraina si spinge ormai sistematicamente in prossimità dei territori alleati, costringendo i paesi confinanti a continue misure difensive. L’Estonia, dal canto suo, pur confermando la gravità dell’intrusione, ha tenuto a precisare che il meccanismo di risposta dell’Alleanza Atlantica «funziona in modo efficace», sottolineando come le forze fossero pronte all’uso della forza se ciò fosse stato ritenuto necessario per la difesa del proprio spazio sovrano.

Oltreoceano, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha commentato la situazione con un laconico ma significativo avvertimento: «Ci potrebbero essere grossi guai», ha dichiarato, lasciando intendere come la postura di Mosca stia avvicinando la regione a un punto di frizione pericoloso. Una valutazione che però non trova d’accordo tutto l’establishment a lui vicino: l’inviato per l’Ucraina Kellogg, in un’intervista al Telegraph, ha infatti offerto una lettura strategica degli eventi, interpretando il recente proliferare di droni e aerei russe nei pressi del confine non come semplici incidenti ma come una prova ben orchestrata per saggiare i tempi e le modalità di reazione della Nato a una eventuale, futura aggressione diretta.

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