Biennale, l’Iran non prenderà parte alla 61esima Esposizione d’Arte

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il dado è tratto, per usare un’espressione che calza a pennello in una città abituata ai colpi di scena come Venezia. La Biennale, attraverso una nota ufficiale diffusa nella tarda mattinata di oggi, lunedì 4 maggio, ha dovuto prendere atto di una decisione che, seppur nelle pieghe della diplomazia internazionale fosse nell’aria, porta con sé il peso specifico di un’assenza ingombrante. La Repubblica Islamica dell’Iran, infatti, non parteciperà alla sessantunesima Esposizione Internazionale d’Arte, quel grande palcoscenico lagunare intitolato In Minor Keys e curato dalla scomparsa Koyo Kouoh. La conferma ufficiale è arrivata a stretto giro di posta, dopo che questa mattina l’ente veneziano ha ricevuto la “comunicazione” ufficiale dell’impossibilità, da parte di Teheran, di procedere con l’allestimento del proprio padiglione nazionale.

L’ombra della geopolitica sulla kermesse veneziana

A leggere con attenzione i tempi della macchina organizzativa, la rinuncia iraniana rappresenta più di un semplice imprevisto logistico. L’Iran, va ricordato, aveva dato la propria disponibilità a febbraio, manifestando l’intenzione di essere rappresentato in laguna sotto la guida del commissario Aydin Mahdizadeh Tehrani, salvo poi dover fare marcia indietro in un contesto globale che, come spesso accade, finisce per interferire con le pieghe dell’arte. La dichiarazione della Biennale, asciutta e istituzionale, si limita a registrare il fatto senza addentrarsi in ulteriori motivazioni, lasciando intendere che la decisione sia maturata al di fuori dei confini del Giardino o dell’Arsenale. Di conseguenza, il quadro delle Partecipazioni Nazionali si riorganizza al ribasso: la lista ufficiale scende a quota cento presenze, un numero comunque ragguardevole che include le new entry della Repubblica Unita della Tanzania e della Repubblica delle Seychelles, aggiunte in corsa dopo la tornata di annunci del 4 marzo scorso.

Venire a patti con l’eredità di Koyo Kouoh

Mentre la diplomazia tace, la macchina degli allestimenti corre verso l’avvio della kermesse, prevista tra pochi giorni, da sabato 9 maggio fino al 22 novembre. I riflettori, nonostante le defezioni politiche, restano puntati principalmente sulla figura della curatrice Koyo Kouoh, la cui scomparsa, avvenuta nel maggio del 2025, ha gettato un velo di malinconia su questa sessantunesima edizione. La Biennale ha scelto la via della continuità, dando mandato al team che la stessa Kouoh aveva selezionato in vita – un gruppo sparso tra Londra, Dakar e New York – di portare a compimento la sua visione. Un modo per onorare quella che, a tutti gli effetti, rappresenta un’eredità intellettuale. Pensata come una metafora musicale che invita a sintonizzarsi sulle frequenze più sottili del presente – l’improvvisazione, la vulnerabilità, la lentezza – la mostra trasformerà gli spazi dei Giardini e dell’Arsenale in un’esperienza sensoriale fatta di banner indaco e percorsi meditativi.

Tra debutti africani e presenze italiane in trasferta

Se l’arte italiana, nella mostra centrale, sembra doversi cercare quasi con il lanternino, c’è una storia curiosa che riguarda il nostro Paese e che si consuma nelle pieghe dei padiglioni collaterali. La curiosità, in questa edizione, risiede nel debutto assoluto della Repubblica di Guinea, una nazione che per la prima volta calca il palcoscenico veneziano e che ha affidato la propria narrazione a un curatore italiano. Il risultato è un piccolo paradosso identitario: mentre la rappresentanza ufficiale nazionale latita, sono numerosi gli artisti italiani – e in particolare quelli legati all’Emilia-Romagna – a trovare spazio sotto le insegne della nazione africana. Nell’isola di San Servolo, allestendo la collettiva “Le son de l’art: l’écho de la matière”, si potranno ammirare le opere di artisti come Omar Galliani o il giovane Giorgio Celiberti jr, ancora studente all’Accademia di Bologna, come a testimoniare la porosità e l’internazionalizzazione della creatività del territorio. Una situazione, questa, che sembra quasi sovvertire l’ordine tradizionale degli appuntamenti veneziani, dove la geografia fisica incontra quella, più fluida, delle relazioni umane e delle scelte curatoriali. L’appuntamento, dunque, è per il 9 maggio, quando i cancelli si apriranno ufficialmente e la macchina della città si trasformerà, come sempre, nell’ombelico del mondo contemporaneo.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.