Il procuratore Gratteri e la replica a Nordio: “il ministro non sa cosa sia la mafia”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il confronto, già di per sé teso, tra una parte della magistratura e il governo guidato da Giorgia Meloni, con Donald Trump tornato alla Casa Bianca a ridefinire gli equilibri internazionali ma con lo sguardo sempre puntato sulle riforme interne italiane, si è ulteriormente irrigidito. Al centro della polemica, destinata ad infiammare il dibattito pubblico in vista del referendum confermativo del 22 e 23 marzo, ci sono le dichiarazioni del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, e la replica del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Gratteri, intervistato dal Messaggero Veneto, ha risposto per le rime a chi, come il guardasigilli, aveva definito l’attuale sistema del Consiglio Superiore della Magistratura come “para-mafioso”, un’espressione, quest’ultima, che aveva già sollevato un vespaio di polemiche -1-4-10.

La replica del procuratore è stata netta e priva di tentennamenti: “Il ministro Nordio o non sa cos’è la mafia e chi è il mafioso, o forse è lui che deve chiarire”. Un’affermazione, la sua, che non si è limitata a una difesa d’ufficio dell’istituzione che rappresenta, ma che ha voluto sottolineare come lo stesso Nordio sia figlio di quel sistema giudiziario che oggi critica aspramente. “Peraltro”, ha aggiunto Gratteri, “stiamo parlando dello stesso sistema che lo ha nominato procuratore aggiunto a Venezia”, gettando un’ombra di presunta incoerenza sulla posizione del ministro -1-4.

Le frasi di Gratteri e la difesa del suo pensiero

Non è nuova, d’altronde, la capacità del procuratore di Napoli di utilizzare un linguaggio diretto, che spesso non lascia spazio a interpretazioni. In passato, in una lunga intervista rilasciata al Corriere della Calabria, Gratteri aveva acceso gli animi sostenendo che per il “No” al referendum avrebbero votato “le persone perbene”, mentre tra i sostenitori del “Sì” avrebbero figurato “indagati, imputati, la massoneria deviata e centri di potere” che mal sopporterebbero una giustizia efficiente. Parole che, secondo alcuni, avevano creato una pericolosa spaccatura tra “buoni e cattivi”, ma che lo stesso Gratteri ha voluto ricontestualizzare. A suo dire, quella frase fu estrapolata da un colloquio di circa un’ora, e la sua intenzione non era quella di tracciare uno spartiacque morale, bensì di evidenziare una divisione più sottile: da un lato chi crede in un controllo di legalità esercitato dalla magistratura, e dall’altro chi, al contrario, quel controllo vorrebbe ridurlo se non eliminarlo -1-4.

A supporto della sua tesi, il procuratore ha richiamato un fantasma del passato italiano, quello della loggia massonica P2 di Licio Gelli. Secondo Gratteri, fu proprio nel piano di rinascita democratica della loggia eversiva che si cominciò a parlare per la prima volta di separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, un obiettivo che oggi invece è il cuore della riforma costituzionale. Una finalità, quella originaria, volta a limitare l’indipendenza del pubblico ministero, che Gratteri vede riproporsi sotto nuove spoglie. Il procuratore, inoltre, ha respinto al mittente le accuse di aver politicizzato il referendum, rivendicando la sua contrarietà alla riforma fin dall’inizio, quando la sinistra, a suo dire, non aveva ancora preso una posizione chiara -1-4.

Il caso Sorbara e gli errori giudiziari

A dare ulteriore al dibattito, intervenendo indirettamente sulle parole di Gratteri, ci sono storie come quella di Marco Sorbara. Ex assessore regionale della Valle d’Aosta, Sorbara conosce bene il peso di un’accusa infamante e il sapore amaro di una cella. Arrestato nel gennaio 2019 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione “Geenna”, ha trascorso 909 giorni in custodia cautelare, di cui 45 in isolamento nel carcere di Biella, prima di essere assolto con formula piena perché “il fatto non sussiste” -2-5-8. La sua vicenda, diventata un caso di scuola di quello che molti definiscono “processo mediatico”, lo ha portato a diventare un testimone di legalità, tanto da ricevere il premio “Io sono una persona per bene”, un riconoscimento che proprio Gratteri, con la sua celebre frase, aveva involontariamente riportato al centro dell’attenzione -8.

La storia di Sorbara dimostra come, contrariamente agli stereotipi evocati da Gratteri, molte delle persone finite nel mirino della giustizia e poi riconosciute innocenti possano essere annoverate tra quelle “persone perbene” che il procuratore riserva ai votanti del No. Un cortocircuito logico, questo, che alimenta le ragioni di chi vede nella riforma uno strumento per riequilibrare un sistema in cui la discrezionalità dell’accusa può talvolta travalicare i limiti, rovinando esistenze in attesa di una sentenza definitiva. Sorbara, dal canto suo, ha più volte raccontato come il carcere non finisca con la liberazione, perché lo stigma sociale e la difficoltà di reinserimento rimangono, una piaga che la riforma, nelle intenzioni dei suoi promotori, vorrebbe contribuire a sanare -5.

Le critiche alla riforma tra costi e sorteggi

Gratteri, nelle sue argomentazioni contro la riforma, ha anche sollevato questioni pratiche e ordinamentali. La sua analisi si è concentrata sui costi e sulla complessità che deriverebbero dall’istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura, uno per i giudici e uno per i pm, e di un’Alta Corte disciplinare. “Certamente le correnti continueranno ad esistere”, ha spiegato, ma “governeranno non più un solo Csm, ma due Csm. Più l’Alta corte di giustizia, con spese triplicate, a carico dei contribuenti” -1-4. Un argomento, quello dei costi, che si aggiunge alle preoccupazioni sull’autonomia e l’indipendenza della magistratura requirente, che il procuratore vede a rischio a causa della “forte componente laica” scelta dalla politica nei nuovi organi.

La riforma, che prevede anche il sorteggio per la selezione di una parte dei componenti togati, non convince nemmeno per la sua portata. “Non si cambiano sette articoli della Costituzione per 30 magistrati all’anno che cambiano le funzioni”, ha tuonato Gratteri, definendo l’operazione un “salto nel buio” che rischia di portare a un sistema peggiore dell’attuale -1-3-4. Le critiche del procuratore, insomma, si appuntano non solo sul merito della separazione delle carriere, ma anche sui meccanismi di funzionamento dei nuovi organi e sulla loro reale capacità di garantire l’autonomia della magistratura, un tema complesso che richiederebbe, a suo avviso, interventi più mirati sull’efficienza del processo e non una modifica strutturale dell’ordinamento.

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