Casoria, la rabbia di chi ha perso tutto: "Qui non funziona niente, sono anni che lo diciamo"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un boato nella notte, poi il silenzio polveroso su via Cavour, a Casoria, dove il crollo di un intero palazzo, avvenuto nella mattinata dopo lo sgombero precauzionale delle venti famiglie che vi risiedevano, ha drammaticamente materializzato paure annose e denunce inascoltate. L'epilogo, sebbene senza vittime grazie al tempestivo intervento dei vigili del fuoco disposto già dalla serata precedente, consegna alla cronaca l'immagine di una tragedia solo sfiorata per un soffio, ma soprattutto scava nella piaga di un disagio abitativo che affonda le radici in una trascuratezza prolungata. La causa scatenante, una rilevante perdita della condotta idrica che ha minato la stabilità del terreno e delle fondamenta, appare come l'ultimo anello di una catena di negligenze, secondo il racconto amaro degli stessi residenti, costretti a lasciare le proprie case con il solo bagaglio della paura e dell'incertezza.

Lo sgombero che ha evitato la strage

Le operazioni di evacuazione, condotte in via puramente precauzionale dopo le segnalazioni dei cittadini e i primi accertamenti sulla falla, si sono rivelate una decisione salvifica, considerato che la struttura è venuta giù a poche ore di distanza, verso le sette del mattino. Molti di coloro che abitavano l'edificio, e alcuni dei nuclei allontanati anche dai palazzi limitrofi, hanno trascorso quelle ore convulse tra le mura di parenti o in alberghi di fortuna, in una sospensione angosciosa tra la normale quotidianità e la perdita totale. "Abbiamo buttato i sacrifici di una vita", racconta con voce rotta Roberto Maida, che viveva nello stabile crollato con la moglie e i figli, condensando in poche parole il senso di un investimento esistenziale svanito in una nube di calcinacci. La sua dichiarazione, carica di una rabbia che rifiuta ogni rassegnazione, suona come un atto di accusa preciso: "Sono anni che diciamo che le cose non vanno bene, che abbiamo piccoli segnali".

Le crepe di un sistema oltre quelle nei muri

Quelle parole, più che una lamentela, tracciano il percorso di un allarme sistematicamente sottovalutato, dove i "piccoli segnali" costituivano un campanello d'allarme troppo a lungo ignorato dalle istituzioni competenti, fino a quando la perdita d'acqua non ha aperto una voragine sulla strada, rendendo ineludibile l'emergenza. L'episodio, per quanto circoscritto, solleva interrogativi pesanti sulla manutenzione del territorio e sulla sicurezza degli edifici in aree densamente popolate come l'hinterland napoletano, dove il tessuto urbano spesso mostra i segni del tempo e di una crescita non sempre ordinata. La rapidità con cui la situazione è degenerata, dalla scoperta della perdita al crollo, lascia intendere una fragilità strutturale latente, un punto debole che attendeva solo il pretesto per manifestarsi in tutta la sua drammaticità.

Il dopo-crollo e la richiesta di giustizia

Ora, mentre i tecnici sono al lavoro per valutare la stabilità degli immobili vicini e i danni complessivi, per le famiglie colpite inizia una battaglia diversa, fatta di pratiche burocratiche, ricerche di una sistemazione e della richiesta di risposte chiare. "Adesso devono aggiustare tutto e devono restituirci le case", incalza Maida, rivendicando un diritto elementare alla sicurezza e alla proprietà. La sua minaccia, "morirò qua sotto ma non me ne vado", sebbene pronunciata nel furore del momento, non è un semplice sfogo, ma rappresenta la determinazione disperata di chi non intende subire passivamente le conseguenze di un disastro annunciato. La vicenda giudiziaria che quasi certamente seguirà dovrà accertare le responsabilità, siano esse riconducibili alla gestione della rete idrica, alla mancata manutenzione dello stabile o a entrambe, in un intreccio che spesso caratterizza simili tragedie sfiorate.

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