È morto Umberto Bossi, il fondatore della Lega che mise il Nord al centro del dibattito politico
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Redazione Interno
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Si è spento all’ospedale di Varese Umberto Bossi, il fondatore della Lega, e con lui se ne va uno dei protagonisti assoluti – e più discussi – della Seconda Repubblica. Aveva ottantaquattro anni ed era ricoverato da mercoledì in terapia intensiva, ma le sue condizioni, apparse subito critiche ai sanitari del reparto, sono precipitate nelle ultime ore fino al decesso, avvenuto nella serata di giovedì. Il “senatùr”, soprannome guadagnato con il primo approdo a Palazzo Madama nel lontano 1987, lascia un’eredità politica immensa e controversa, fatta di rotture clamorose e di un linguaggio che ha scardinato per sempre i codici della comunicazione pubblica in Italia.
Tutto cominciò nei primi anni Ottanta, quando da Cassano Magnago, il suo paese natale in provincia di Varese, Bossi diede vita alla Lega Autonomista Lombarda, un movimento che in pochi anni riuscì a incanalare il malcontento di un Nord produttivo e insofferente verso quella che lui stesso battezzò, con una felice sintesi destinata a diventare iconica, “Roma ladrona”. L’intuizione, quasi banale nella sua semplicità ma dirompente negli effetti, fu quella di unire le diverse anime regionaliste in un unico soggetto: nel 1989, con la fusione di Liga Veneta, Piemont Autonomista e altre realtà minori, nacque la Lega Nord, e l’ex studente di medicina – che aveva alle spalle persino una fugace militanza a sinistra, nel manifesto e nel Partito di Unità Proletaria – si trovò a capo di una macchina da guerra elettorale destinata a cambiare gli equilibri del parlamento.
Dalle ampolle sul Po ai palazzi del governo, la parabola di un uomo solo alla guida della Padania
Il rito dell’ampolla, con l’acqua del Po raccolta alle sorgenti e travasata simbolicamente nel mare di Venezia, o le adunate di Pontida, diventarono il teatrale collante di un popolo che si riconosceva nella canotta bianca e nel sigaro sempre acceso del suo capo. Bossi forgiò un’identità, quella padana, che fino a quel momento non esisteva, e lo fece con una “diplomazia d’urto” – come amava definirla – fatta di pernacchie, insulti ai politici rivali e una retorica anti-meridionale che, al di là delle strumentalizzazioni, mirava a costruire una coscienza collettiva del Settentrione. Fu proprio quell’atteggiamento spavaldo, quel “celodurismo” che sarebbe finito persino nei vocabolari, a decretarne il successo in un’Italia stanca dei partiti tradizionali e in piena crisi tangentopoli.
La sua storia politica, inestricabilmente legata a quella di Silvio Berlusconi, fu un alternarsi continuo di alleanze e rotture, un rapporto simbiotico fatto di reciproca convenienza ma anche di profonde diffidenze. Dopo il ribaltone del 1994, quando Bossi ritirò la fiducia al primo governo Berlusconi facendolo cadere, i due tornarono più volte a fare coppia fissa, fino ai governi del 2001 e del 2008, che videro il senatùr ministro per le Riforme istituzionali e per il federalismo, la sua battaglia di una vita. Non fu mai un ministeriale come gli altri, e anche da Palazzo Chigi continuò a parlare alla sua gente con la voce roca e i modi da tribuno, provando a trasformare il sogno federalista in una riforma compiuta, un percorso che si arenò definitivamente con la bocciatura referendaria della riforma costituzionale.
L’ictus, il declino politico e gli ultimi anni da padre nobile ai margini della nuova Lega
Nel 2004 la vita di Bossi cambiò per sempre: un grave ictus lo colpì, lasciandolo parzialmente paralizzato e segnando in modo indelebile il suo fisico e la sua capacità oratoria. La malattia, però, non lo allontanò del tutto dalla scena, e nonostante le difficoltà, tornò in parlamento e al governo, quasi con ostinazione, come se la politica fosse l’unica medicina possibile. Ma lo scandalo dei rimborsi elettorali del 2012, con le accuse di appropriazione indebita che coinvolsero anche i familiari, ne minò irrimediabilmente l’autorità morale e lo costrinse alle dimissioni da segretario federale, aprendo la strada all’ascesa di Matteo Salvini. L’uomo che per trent’anni era stato l’incontrastato leader del Carroccio si trovò improvvisamente ai margini della creatura che aveva contribuito a fondare.
Il suo nome, a un certo punto, scomparve persino dal simbolo, sostituito dalla scritta “Padania”, un’amputazione che dovette pesare come un macigno sul vecchio leone di Cassano Magnago. Negli ultimi anni i rapporti con la nuova gestione del partito, virato verso un sovranismo nazionale meno attento alle radici settentrionali, furono complessi e talvolta tesi: Bossi vedeva allontanarsi quel sogno autonomista che era stato il motore di tutta la sua avventura, e non mancò di manifestare, tra una riunione del Comitato del Nord e un incontro con i nostalgici, il suo disappunto per la deriva centralista del partito. Pur restando formalmente presidente a vita, la sua fu una presenza sempre più defilata, quasi un padre nobile scomodo, fino al ricovero di questi giorni e alla notizia della sua scomparsa, che chiude definitivamente un capitolo fondamentale della storia repubblicana.
Le reazioni, tra cordoglio istituzionale e memoria di un’epoca politica
Dalla politica sono arrivate in queste ore numerose manifestazioni di cordoglio, trasversali ma non prive di quella consapevolezza che la figura di Bossi abbia segnato un’epoca, al di là del giudizio che ciascuno può dare. Il ministro Giancarlo Giorgetti, uno dei suoi fedelissimi della prima ora, ha postato sui social una foto che li ritrae giovani e sorridenti agli albori della militanza, un’immagine che vale più di mille parole e che racconta il legame profondo con chi quella avventura l’ha vissuta dal principio. Il partito ha annullato tutti gli appuntamenti pubblici previsti, mentre il segretario Matteo Salvini ha immediatamente fatto ritorno a Milano, interrompendo i suoi impegni.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in una nota ufficiale, ha voluto ricordare in Bossi il “sincero democratico”, colui che, pur nella durezza dello scontro politico, ha contribuito a dare voce a istanze territoriali profonde, riconducendole nell’alveo del confronto istituzionale. E anche da chi, come Pier Luigi Bersani, è stato un avversario politico per tanti anni, è arrivato un riconoscimento: l’ex segretario del Partito Democratico lo ha definito “l’avversario più dignitoso”, parole che restituiscono la complessità di un uomo che molti hanno amato e molti hanno odiato, ma che nessuno ha mai potuto ignorare.




