Cina e sentiment affossano i chip, per Nvidia e le big del settore è bear market confermato
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Redazione Economia
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Il campanello d'allarme, per chi aveva occhi per vedere e orecchie per sentire, era già suonato da tempo; eppure, fino a ieri, molti preferivano credere che la corsa dei semiconduttori potesse proseguire indisturbata, quasi immune alle leggi della gravità finanziaria. Tanto tuonò che piovve, verrebbe da dire, perché la lunga lista di editoriali, post, mailing list e interventi in televisione dal tono decisamente bearish sul settore dei chip sta finalmente sortendo i suoi effetti più concreti.
E così, anche oggi, il comparto dei semiconduttori ha trascinato verso il basso tutti i principali indici della borsa americana, confermando un sentiment che ormai da settimane si fa sempre più pesante e che nessuna brillante trimestrale sembra più riuscire a scalfire.
I numeri di Wall Street e il peso dei chipmakers
La seduta di Wall Street si è aperta all'insegna dell'incertezza, con il Dow Jones e l'S&P 500 che hanno tentato vanamente di aggrapparsi a un timido segno positivo per poi cedere, uno dopo l'altro, sotto il peso delle perdite accumulate dai giganti della silicio. Se l'S&P 500 avrebbe addirittura chiuso la giornata in territorio positivo, lo si deve a un paradosso solo apparente: senza i crolli di Nvidia, Micron, AMD, Intel e Marvell, il bilancio sarebbe stato ben altro.
Il Nasdaq 100, barometro per eccellenza della tecnologia a stelle e strisce, ha invece segnato un arretramento dello 0,3%, mentre l'S&P 100 e gli altri indici di settore hanno viaggiato in ordine sparso, con le telecomunicazioni, i beni di consumo per l'ufficio e il comparto sanitario a fare da contrappeso alle perdite dell'informatica e dell'energia. A tenere banco, però, è stata soprattutto la debacle delle utilities e, come detto, del comparto semiconduttori, che ha bruciato in poche ore quanto faticosamente costruito nelle settimane precedenti.
Il colpo di scena cinese che ha gelato il mercato
A innescare la nuova ondata di vendite, dopo un avvio di giornata tutt'altro che disastroso, è stata una notizia destinata a fare rumore negli uffici di tutta la Silicon Valley.
Un report, ancora non confermato ufficialmente ma già ampiamente diffuso tra gli operatori, racconta che una società cinese sostenuta dallo Stato avrebbe iniziato la produzione in serie di macchine DUV immersion, una tecnologia litografica fondamentale per la fabbricazione di semiconduttori avanzati che, fino a oggi, era considerata un'esclusiva quasi assoluta di ASML, il colosso olandese, ed era soggetta a severe restrizioni all'esportazione imposte dagli Stati Uniti.
Se la notizia venisse confermata, si tratterebbe di un vero e proprio terremoto per l'intero settore, perché metterebbe in discussione il monopolio tecnologico occidentale su uno degli anelli più critici della catena produttiva dei chip; e i mercati, si sa, non amano le sorprese, soprattutto quando arrivano da Pechino e mettono a repentaglio margini che fino a ieri sembravano intoccabili.
Il crollo di ASML e il quadro tecnico dei produttori
Tra i titoli più colpiti dalla doccia fredda c'è proprio ASML Holding, il produttore di attrezzature per la litografia che ha visto le proprie azioni precipitare del 3,28% in una sola seduta, un movimento brusco che ha riacceso i riflettori sulla fragilità del suo posizionamento di mercato.
Lo scenario tecnico, osservato nell'arco di una settimana, evidenzia un preoccupante rallentamento del trend del titolo rispetto all'indice Nasdaq 100, un divario che rende le azioni della società olandese un potenziale obiettivo di vendita per quegli investitori che cercano di ridurre l'esposizione a un settore sempre più minato. Gli analisti, intanto, rivedono al ribasso le loro valutazioni: l'area di supporto per ASML è stata fissata a quota 1.668,4 dollari, mentre la resistenza al rialzo si attesta a 1.738,5 dollari, un corridoio piuttosto stretto che lascia presagire una fase di elevata volatilità nelle prossime sedute. Non va meglio per gli altri big del comparto: Lam Research e Applied Materials, entrambi fornitori di attrezzature per la produzione di chip, hanno subito perdite significative, mentre Advanced Micro Devices, nonostante qualche timido tentativo di recupero, continua a scontare la pressione competitiva che arriva dai nuovi attori asiatici.
Il sentiment degli investitori e lo spettro del bear market
Il quadro che si delinea, insomma, è quello di un bear market ormai confermato per l'intero comparto dei semiconduttori, un cambiamento di passo che pochi mesi fa sembrava improbabile ma che ora gli investitori iniziano a metabolizzare con crescente realismo.
A pesare non è soltanto la concorrenza cinese, per quanto minacciosa, ma anche un sentiment generale che si è progressivamente deteriorato, alimentato da una serie di fattori che vanno dalle incertezze macroeconomiche alle tensioni geopolitiche, passando per una domanda di chip che, dopo il boom post-pandemico, mostra segni di stabilizzazione se non di contrazione.
I listini americani, del resto, viaggiano incerti ormai da diverse settimane, con l'S&P 500 che scivola verso la parità e il Nasdaq che fatica a trovare una direzione, in balia di un andamento a rollercoaster che tiene banco a Wall Street e che vede nei chipmakers i principali artefici di questo altalenante spettacolo. Le parole d'ordine, tra gli operatori, sono cautela e disincanto, perché se è vero che la tecnologia resta il motore dell'economia globale, è altrettanto vero che i suoi ingranaggi, quando si inceppano, possono causare danni ben più estesi di quanto si creda.
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