Conte detta i tempi per le primarie e rilancia: “Sconfitti Netanyahu, Meloni e Trump”
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Redazione Esteri
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La presentazione del libro “Una nuova primiera” al Tempio di Adriano, a Roma, si è trasformata per Giuseppe Conte nell’occasione per tracciare una linea netta sul futuro del centrosinistra. Interpellato sulla corsa alla leadership della coalizione, l’ex presidente del Consiglio e attuale capo politico del Movimento 5 Stelle ha provato a spegnere le fibrillazioni interne, quelle legate ai nomi – come nel caso della candidatura della sindaca Silvia Salis – che rischiano di aprire scenari divisivi. Secondo la sua ricostruzione, infatti, non è questo il momento di procedere per personalismi; l’obiettivo primario resta la costruzione di un impianto programmatico solido e condiviso. Solo dopo aver definito le coordinate strategiche dell’alleanza, si potrà pensare allo strumento finale per scegliere chi lo metterà in pratica: “Alle primarie ci arriveremo – ha spiegato Conte – ma dopo un programma condiviso su cui convergeremo tutti, dopo di che le primarie saranno il momento finale in cui si individua il soggetto che attuerà il programma”. Ha poi ribadito la necessità che siano “aperte”, estese cioè non solo ai tesserati ma a chiunque condivida il percorso delineato, come forma di partecipazione ai “massimi livelli”.
La svolta ungherese e il giudizio sul nuovo premier Magyar
Il cambio di passo epocale avvenuto a Budapest, con la vittoria schiacciante del partito Tisza e la fine dell’era Orbán, ha offerto a Conte lo spunto per una lettura geopolitica ampia, nella quale ha inserito anche gli equilibri interni italiani. Da un lato, l’ex premier ha accolto con favore il risultato elettorale, definendolo un passaggio “salutare” per l’Ungheria dopo sedici anni di deriva illiberale. Dall’altro, ha però messo in guardia riguardo alla reale natura del vincitore, Peter Magyar. Nonostante l’entusiasmo per l’avvicendamento, Conte sottolinea come il nuovo premier ungherese provenga dallo stesso “perimetro politico” di Viktor Orbán, pur avendo cercato di caratterizzarsi diversamente sui temi della corruzione e dell’europeismo. La linea del partito Tisza, del resto, non lascia spazio a equivoci: nel programma si prevede un giro di vite sull’immigrazione clandestina, il mantenimento della recinzione al confine meridionale e un deciso rifiuto delle quote di migranti imposte da Bruxelles, elementi che lo avvicinano più a una versione “addolcita” del vecchio premier che a una discontinuità radicale in senso progressista.
Una sconfitta politica che allarga il cerchio fino a Roma e Tel Aviv
La narrazione di Conte, tuttavia, non si ferma ai confini ungheresi. Per il leader pentastellato, la débâcle di Orbán rappresenta un segnale chiaro di debolezza per l’intero fronte sovranista internazionale, e in questo contesto ha inserito una serie di riferimenti espliciti alle attuali leadership occidentali. “È una sconfitta per tutti coloro – ha dichiarato Conte – che da Netanyahu a Salvini a Meloni hanno inteso scendere in campo per cercare di perpetuare il governo orbaniano”. Nella sua analisi, il sostegno esterno al premier uscente – che fosse politico o propagandistico – si è rivelato un boomerang. Il riferimento, nel caso italiano, diventa un attacco diretto alla premier Giorgia Meloni e al suo alleato Matteo Salvini, accusati di aver puntato sul cavallo sbagliato. La stessa sorte, secondo Conte, sarebbe toccata al presidente americano Donald Trump – che, si ricorda, occupa la Casa Bianca ormai da più di un anno – il quale aveva schierato il vicepresidente Vance nella campagna elettorale ungherese. “Sono usciti tutti sconfitti e la linea politica estremista di destra ne esce sconfitta”, ha sentenziato, liquidando l’esito del voto come un contraccolpo ideologico per le cancellerie di destra d’Europa e del mondo.
La cautela italiana e l’apertura del nuovo inquilino di Budapest
Se Conte legge il voto come una bocciatura per chi sosteneva Orbán, dall’altra parte della barricata politica si registra una cautela istituzionale quasi opposta. La premier Meloni ha infatti già inviato le sue congratulazioni a Magyar, assicurando la continuità della collaborazione tra i due esecutivi e ringraziando l’alleato uscente Orbán per gli anni di lavoro comune. Un atteggiamento che il nuovo premier ungherese sembra voler ricambiare, tendendo un ponte verso Roma nonostante i distinguo ideologici del leader del M5S. Magyar, nella sua prima conferenza stampa da vincitore, ha speso parole di elogio per Giorgia Meloni – definendo “ottimo” il suo lavoro e auspicando un incontro di persona – e ha ribadito la volontà di parlare con il ministro degli Esteri Antonio Tajani. “L’Italia è uno dei miei Paesi preferiti”, ha dichiarato il nuovo premier, sottolineando come l’alleanza tra i due Paesi sia “forte anche per ragioni storiche”. Una dichiarazione che, implicitamente, respinge la tesi della “sconfitta generalizzata” propagandata da Conte e riporta la questione sui binari della pragmatica diplomazia di governo.




