Funerale di Aurora Livoli, il vescovo parla alla ragazza: "Eri smarrita, ti ha colpito la cattiveria"
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Redazione Interno
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Nella chiesa di San Giovanni Battista a Monte San Biagio, dove si sono svolti i funerali di Aurora Livoli, un silenzio carico di dolore ha accolto le parole dell’arcivescovo di Gaeta, monsignor Luigi Vari, il quale ha scelto di rivolgersi direttamente alla diciannovenne, trovata senza vita in un cortile milanese nella notte tra il 28 e il 29 dicembre. “In questo momento che ci raduna per salutarti c’è come un abisso”, ha esordito il presule, descrivendo una sensazione di eclissi totale, quella di un sole spentosi nella vita della giovane e in quella di chi le voleva bene. Una luce, ha proseguito con un linguaggio volutamente evocativo e personale, soffocata “nella violenza di chi colpisce senza pietà”, mentre Aurora appariva, agli occhi di chi parlava, come “una ragazza smarrita”, una donna giovane travolta dall’improvviso precipitare della follia altrui.
L'omelia che evita ogni retorica e il grido di un padre
Monsignor Vari, consapevole della brutalità dei fatti che hanno portato Aurora Livoli a essere prima vittima di violenza sessuale e poi strangolata, non ha cercato facili consolazioni, ammettendo anzi la difficoltà di “farsi ragione di tanta brutalità e sofferenza”. La definizione usata, “una violenza e follia che ci lascia senza fiato”, è risuonata come un’eco delle ferite inflitte, rinunciando a qualsiasi tentativo di spiegazione. In quella circostanza, l’arcivescovo ha fatto proprio anche il sentimento espresso pubblicamente dal padre della vittima, citandone le parole pronunciate nei giorni scorsi: “non cerco vendetta ma giustizia”. Una dichiarazione che, inserita nel contesto della celebrazione, ha spostato l’attenzione dalla dimensione del lutto privato a quella pubblica della richiesta di verità e rigore delle istituzioni, affinché Aurora possa, come auspicato, “riposare”.
La strada piena di gente e un interrogativo sul sistema
Fuori dalla chiesa, come già accaduto nei giorni precedenti presso il luogo del ritrovamento a Milano, in tanti si sono radunati per rendere omaggio ad Aurora, molti dei quali con un fiore in mano e cartelli che, senza mezzi termini, chiedevano di fermare i femminicidi. Quella folla, unita nel cordoglio, ha incarnato anche una domanda precisa e scomoda, che va oltre il singolo tragico episodio: cosa ha fallito, infatti, il cosiddetto “sistema” se l’uomo arrestato per l’omicidio, un cinquantasettenne di origine peruviana con precedenti penali, era in libertà? L’interrogativo, che rimbalza inevitabile dopo ogni caso del genere, si intreccia con un’amara riflessione sulla ripetitività di queste morti, come se la cronaca nera seguisse un copione già visto. Solo pochi mesi prima, a poca distanza da via Paruta, aveva perso la vita Pamela Gemini, accoltellata ripetutamente.
Una violenza che chiede risposte oltre il ricordo
Il funerale di Aurora Livoli, dunque, mentre chiude una fase del dramma per la famiglia, ne apre un’altra che appartiene alla collettività e alle sue istituzioni. Le parole del vescovo, così dirette e prive di filtri, hanno fotografato non solo la tragedia individuale di una “ragazza smarrita” ma anche lo smarrimento di fronte a una violenza che pare inarrestabile. Quella celebrazione, tra le mura di una chiesa gremita e una piazza partecipante, ha restituito il peso di un fatto di cronaca che scuote le coscienze e impone, al di là delle espressioni di cordoglio, un esame serrato sulle dinamiche che permettono ancora che simili atrocità accadano, lasciando dietro di sé un sentimento di abisso e di fiato sospeso.




