L’intelligenza artificiale ridisegna il lavoro: tra obsolescenza e resistenza
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Redazione Economia
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L’accelerazione tecnologica che sta trasformando il mondo del lavoro non si limita a creare opportunità, ma impone una ridefinizione sistemica delle competenze. Secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, entro il 2030 il 39% delle abilità professionali subirà mutamenti radicali o diverrà obsoleto. Eppure, nonostante l’urgenza di questo scenario, quasi quattro aziende su dieci non dispongono ancora di una strategia chiara per colmare il divario.
Microsoft, in uno studio recente, ha individuato quaranta professioni destinate a scomparire a causa dell’intelligenza artificiale generativa. Contrariamente alle aspettative, però, non sono soltanto i ruoli tecnici a essere minacciati: venditori, giornalisti, correttori di bozze e traduttori si trovano anch’essi nel mirino. A resistere, almeno per ora, sono i mestieri “pratici”, quelli che richiedono una componente manuale o un’interazione umana difficilmente replicabile.
L’entusiasmo iniziale verso gli agenti di IA, tuttavia, si è progressivamente attenuato, lasciando spazio a diffidenze legate a privacy ed etica. La fiducia delle organizzazioni in queste tecnologie è crollata dal 43% al 27%, nonostante il potenziale di tali strumenti rimanga elevato. Il problema, come emerso dalle sperimentazioni, è che i modelli linguistici, pur avanzati, faticano a operare efficacemente senza una comprensione approfondita del contesto. Addestrarli con comandi isolati non basta: ciò che serve è una costante alimentazione di dati rilevanti, affinché possano adattarsi alle dinamiche reali del lavoro.




