Crisi di Ceuta, scontro nel governo Sánchez sulle allerte del Cni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La crisi di Ceuta apre una frattura nel governo di Pedro Sánchez sulle informazioni disponibili prima degli ingressi di massa iniziati il 30 luglio. La ministra della Difesa Margarita Robles sostiene infatti che il Cni, il Centro nazionale di intelligence spagnolo, avesse segnalato il rischio di un ingresso massiccio, mentre il ministro dell’Interno Fernando Marlaska nega di aver ricevuto qualsiasi allerta. Alla divergenza tra i due ministri si aggiunge la posizione della Delegazione del governo a Ceuta, che ha smentito la ricostruzione di Robles precisando di aver ricevuto soltanto dati relativi all’aumento degli ingressi, senza un avvertimento specifico su ciò che sarebbe accaduto il 30 luglio. Il confronto sulle informazioni disponibili prima della crisi diventa così uno dei punti centrali della gestione politica del caso.

Crisi di Ceuta, le versioni divergenti sulle informazioni ricevute

Il nodo riguarda quindi la natura e la portata delle segnalazioni circolate prima dell’ondata di ingressi. Secondo Margarita Robles, il Cni aveva avvertito del rischio di un ingresso di massa, mentre Fernando Marlaska sostiene di non aver ricevuto alcuna allerta di questo tipo. La Delegazione del governo a Ceuta distingue ulteriormente tra un semplice aumento degli ingressi e una previsione precisa degli eventi, affermando che le informazioni ricevute riguardavano soltanto la crescita degli arrivi. Non sarebbe arrivato, secondo questa versione, un avvertimento su quanto poi avvenuto il 30 luglio. Le differenti ricostruzioni fanno emergere una distanza interna all’esecutivo proprio sulla fase che ha preceduto l’esplosione della crisi migratoria nell’exclave spagnola.

Nel confronto politico entra anche il ruolo del Marocco. Durante un’audizione al Congresso sulla crisi migratoria, il ministro della Giustizia spagnolo Felix Bolanos ha affermato che non esiste alcuna evidenza che Rabat abbia guidato, spinto o diretto gli ingressi di migranti a Ceuta. La dichiarazione è arrivata in risposta alle accuse avanzate dal Partito Popolare e da Vox, che hanno attribuito al Marocco l’apertura della frontiera nei giorni del 30 e 31 luglio per favorire gli arrivi in massa. Madrid respinge quindi questa ricostruzione, sostenendo che non vi siano prove di un intervento marocchino finalizzato a provocare o dirigere gli ingressi. Il tema si affianca così allo scontro sulle allerte ricevute dalle autorità spagnole.

Rimpatri e Parlamento, Sánchez riferirà il 9 settembre

Un altro punto della crisi di Ceuta riguarda la gestione dei rimpatri. Il governo spagnolo ha escluso la possibilità di procedere con rimpatri lampo, richiamando il rispetto dei diritti dei migranti e confermando che eventuali rimpatri devono avvenire nel rispetto della legge. La posizione dell’esecutivo respinge anche la retorica razzista collegata al dibattito sugli ingressi e mantiene al centro le procedure previste per il ritorno dei migranti. La linea indicata da Madrid non consiste quindi nel rinunciare ai rimpatri, ma nel rifiutare modalità immediate che non rispettino le garanzie previste. Anche questo aspetto contribuisce al confronto politico nato dopo gli ingressi iniziati alla fine di luglio.

Pedro Sánchez ha intanto chiesto di comparire davanti al Congresso in seduta plenaria il 9 settembre per riferire sulla gestione dell’esecutivo nella crisi migratoria esplosa a Ceuta a partire dal 30 luglio. La richiesta di comparizione è stata confermata da fonti governative mentre il Parlamento si prepara a discutere anche la proposta del Partito Popolare per ottenere una convocazione più urgente. La crisi arriverà quindi direttamente nell’aula parlamentare, dove il presidente del governo dovrà riferire sulla risposta adottata dall’esecutivo. Il confronto si concentra su più livelli: le informazioni disponibili prima degli ingressi, le responsabilità attribuite o negate al Marocco, le modalità dei rimpatri e i tempi con cui il governo è chiamato a spiegare la propria gestione davanti al Congresso.

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