«Berlinguer – La grande ambizione», il ritratto di un quinquennio che cambiò l’Italia

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La ricostruzione storica, quando è affidata a un regista abituato a muoversi tra documentario e finzione come Andrea Segre, riesce talvolta a restituire un’epura senza cadere nella semplice rievocazione nostalgica. È questo il caso di «Berlinguer – La grande ambizione», il film che Rai 3 propone in prima visione questa sera, sabato 25 aprile, a partire dalle 21.20. La pellicola, vincitrice di due David di Donatello (miglior attore protagonista a Elio Germano e miglior montaggio), non racconta l’intera parabola del segretario del Pci ma sceglie una lente precisa: i cinque anni compresi tra il 1973 e il 1978. Si parte dunque da un episodio forse meno noto ai più, cioè l’attentato di Sofia – dal quale Berlinguer uscì miracolosamente illeso – e si arriva fino ai mesi drammatici del rapimento di Aldo Moro, avvenuto nel 1978.

Cinque anni di storia mondiale attraverso lo sguardo del leader comunista

A scegliere questa prospettiva non è stato un caso, perché quello specifico lustro rappresenta forse il momento di massima tensione creativa della strategia politica di Berlinguer. Da una parte, c’è la presa d’atto del fallimento dell’esperienza cilena di Salvador Allende – un evento che, come suggeriscono le ricostruzioni, convinse il leader sardo della necessità di una “via democratica al socialismo” che fosse autonoma dai dettami di Mosca. Dall’altra, c’è il tentativo di costruire quel “compromesso storico” con la Democrazia Cristiana, una formula che avrebbe dovuto garantire stabilità al Paese in un’epoca segnata dalla Guerra Fredda e dalle stragi. Elio Germano, che per questa interpretazione ha vinto il premio Vittorio Gassman alla Festa del Cinema di Roma, riesce a catturare non solo la mimica vocale ma anche quella “grande ambizione” citata nel titolo; un’ambizione che il regista Andrea Segre (firmatario della sceneggiatura insieme a Marco Pettenello) ha voluto contrapporre alle “piccole ambizioni” particolari, riprendendo un celebre concetto gramsciano.

La sfida di raccontare una figura complessa senza agiografia

Ciò che distingue questa pellicola da altri prodotti biografici è la scelta di campo di Segre: mostrare il politico nella sua dimensione pubblica, certo, ma anche nelle pieghe della vita privata. Il regista veneto, come ha dichiarato in una recente intervista a Sette, si è a lungo domandato perché un personaggio così centrale per il Novecento italiano non avesse ancora trovato un interprete degno del grande schermo. La risposta è arrivata con un film che non lesina sulla complessità dell’epoca: si parla dei rapporti tesi con l’Unione Sovietica (con Berlinguer che rivendica con forza l’autonomia del Pci), del referendum sul divorzio, delle vittorie elettorali festeggiate al “Bottegone” e, infine, dello choc dovuto al sequestro Moro.

Il cast corale sostiene questa impalcatura narrativa con prove di forte spessore. Accanto a Germano troviamo infatti Roberto Citran nei panni di Aldo Moro, Paolo Pierobon in quelli di Giulio Andreotti, e ancora Fabrizia Sacchi nel ruolo di Nilde Iotti e Francesco Acquaroli in quello di Pietro Ingrao. La ricostruzione, girata tra Roma, la Sardegna e la Bulgaria, mescola con abilità la recitazione a preziose immagini di repertorio; un modo, questo, per ricordare allo spettatore che quelle vicende non appartengono a un romanzo ma alla storia vissuta di un Paese che, attraversato dagli anni di piombo, stava cercando faticosamente una strada per la propria maturità democratica.

Un appuntamento per la Festa della Liberazione

La messa in onda in prima serata proprio il 25 aprile non è evidentemente una coincidenza trascurabile. Si tratta di una data simbolica che invita a riflettere sul valore delle istituzioni repubblicane e su quanto accaduto nei decenni successivi alla Resistenza. Per chi avesse perso il passaggio cinematografico della scorsa stagione – o per chi semplicemente volesse rivedere una prova attoriale considerata tra le più intense degli ultimi anni – l’appuntamento è su Rai 3, con la possibilità di fruire del film anche in live streaming su RaiPlay. «Berlinguer – La grande ambizione» non è solo un esercizio di memoria: è il tentativo di restituire plasticità a un’idea di politica come responsabilità collettiva, quella stessa idea che, in un’epoca di grande frammentazione, sembra oggi lontanissima.

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