Eisenkot accusa Netanyahu: “Il Paese su una strada pericolosa”. L’ex capo di stato maggiore sfida il premier a un mese e mezzo dal voto
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Redazione Esteri
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Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore israeliano e ora leader del partito Yashar, ha lanciato un attacco frontale al premier Benjamin Netanyahu. Nel corso di una presentazione pubblica dei candidati del suo movimento, fondato appena un anno fa e già affermatosi come uno dei principali antagonisti del Likud in vista delle prossime elezioni del 27 ottobre, Eisenkot ha accusato Netanyahu di anteporre la propria sopravvivenza politica alla sicurezza nazionale, nonché di non aver mai pienamente assunto le proprie responsabilità per quanto accaduto il 7 ottobre 2023.
La sfida si inserisce in un clima di crescente tensione politica, a poco più di quarantacinque giorni da un voto che appare tra i più segnanti degli ultimi anni per il paese e per gli equilibri dell’intera regione.
La corsa verso il voto del 27 ottobre e la sfida del partito Yashar
Manca poco più di un mese e mezzo alla data in cui i cittadini israeliani saranno chiamati a rinnovare i 120 seggi della Knesset, il parlamento nazionale, determinando di fatto la nascita del prossimo governo. Netanyahu, che guida una coalizione spostata in modo marcato verso destra e sorretta da partiti dichiaratamente estremisti, cerca una nuova riconferma che gli consentirebbe di consolidare ulteriormente il record – già suo – di premier con la più lunga permanenza in carica nella storia dello Stato di Israele.
L’attuale primo ministro ha infatti governato per un totale di diciannove anni, suddivisi in tre mandati: il primo tra il 1996 e il 1999, il secondo dal 2009 al 2021, e l’ultimo a partire dal dicembre 2022. La campagna elettorale fin qui condotta dal Likud aveva provato a spostare il dibattito pubblico su altri terreni, cercando di allontanare l’attenzione dalle conseguenze politiche e operative legate al massacro perpetrato da Hamas in territorio israeliano.
Tuttavia, proprio quel fronte – che per mesi era sembrato in qualche modo arginato – torna ora a erodere il consenso verso il premier, e la comparsa sulla scena di Eisenkot con un partito nuovo e ben strutturato rischia di modificare in modo sostanziale gli equilibri elettorali preesistenti.
L’attacco frontale sulle responsabilità del 7 ottobre e la sicurezza nazionale
Il fulcro della critica mossa da Eisenkot nei confronti del primo ministro, espressa senza ambiguità nel corso dell’incontro pubblico a Rosh Haayin, riguarda la gestione della sicurezza e la mancata assunzione di responsabilità in relazione agli eventi del 7 ottobre 2023. Secondo l’ex capo di stato maggiore, le decisioni prese da Netanyahu avrebbero reso il paese più vulnerabile e avrebbero anteposto calcoli politici interni a qualsiasi altra considerazione strategica.
Ha definito, con parole nette, la rotta intrapresa come pericolosa per l’intera nazione, sottolineando come la priorità assoluta debba invece risiedere nella tutela dei cittadini e nella ricostruzione di un consenso interno che non sia fondato su divisioni estreme. L’ex militare, che negli ultimi mesi ha saputo ritagliarsi uno spazio crescente nel dibattito pubblico, ha ribadito che la sicurezza di Israele non può essere subordinata alla permanenza al potere di un singolo uomo, per quanto esperto e carismatico, e ha invocato una svolta netta nella condotta istituzionale.
Le sue dichiarazioni segnano una vera e propria rottura nel fronte politico, poiché provengono da una figura che ha ricoperto il ruolo di capo delle Forze di Difesa israeliane e che per questo gode ancora di un certo credito in materia di difesa, tanto da rendere le sue parole particolarmente pesanti in un momento in cui il paese è chiamato a decidere del proprio futuro.
I numeri dell'economia e il contesto di una campagna che si accende
La sfida di Eisenkot arriva in un momento in cui Netanyahu poteva contare su alcuni dati macroeconomici apparentemente favorevoli, come la crescita del Pil del 3,2 per cento registrata nella prima metà del 2026 e un incremento del 78 per cento degli investimenti esteri, comunicati pochi giorni fa dal ministero dell’Economia. Proprio questi indicatori avevano permesso al Likud di tentare una narrazione incentrata sulla solidità economica del paese, al fine di controbilanciare le critiche sul piano militare e politico.
Tuttavia, la candidatura di Yashar alle elezioni del prossimo 27 ottobre, con il suo programma incentrato sul rinnovamento della classe dirigente e su una piattaforma che punta a ricomporre le fratture interne, sta mobilizzando un elettorato che fino a pochi mesi appariva ancora incerto o disilluso. La novità rappresentata da questa forza politica, che in un solo anno ha saputo conquistare visibilità e consenso, si inserisce in un quadro già complesso, nel quale la competizione per i seggi parlamentari si preannuncia serrata e destinata a influenzare la stabilità futura dell’esecutivo.
La presenza di un ex capo di stato maggiore alla guida di un movimento che si pone come alternativa diretta al primo ministro in carica aggiunge un elemento di novità sostanziale, mettendo in discussione il predominio di Netanyahu non solo nella retorica, ma anche nel concreto posizionamento delle alleanze politiche per la formazione del prossimo governo.
Le alleanze e le mosse di Netanyahu a meno di cinquanta giorni dal voto
La risposta del premier non si è fatta attendere, sebbene sul fronte interno si registri un certo nervosismo tra le fila del Likud e dei partiti alleati, consapevoli della minaccia rappresentata dall’ascesa di Eisenkot. La coalizione di governo, che poggia su forze politiche di destra radicale e su partiti che alcuni osservatori definiscono apertamente razzisti, si trova ora a dover gestire un confronto inedito con un avversario che proviene dal mondo militare e che può vantare un curriculum di altissimo profilo.
Il rischio, per il premier, è che le critiche sulla gestione della sicurezza e sulla mancata assunzione di responsabilità per i fatti del 7 ottobre erodano quel consenso che le buone notizie economiche avevano cercato di consolidare. In questo scenario, la campagna elettorale si fa giorno dopo giorno più serrata, mentre i partiti completano la presentazione delle liste e si preparano a entrare nella fase calda della propaganda.
La posta in gioco è altissima, non solo per la leadership politica del paese, ma anche per le ricadute che il risultato elettorale potrebbe avere sulle relazioni internazionali, con le cancellerie di mezzo mondo che seguono con attenzione l’evolversi di uno dei voti più delicati che, da qui al prossimo anno, occuperà l’agenda diplomatica globale.
Yashar, da parte sua, intende giocare la carta della discontinuità e della competenza tecnica per convincere l’elettorato moderato e deluso, in un momento in cui l’opinione pubblica mostra segni di stanchezza verso le divisioni interne e la polarizzazione estrema.
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