All’Avana è l’ora della conta, a Miami non credono alla dittatura

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’episodio, di quelli che non si vedevano da decenni nello stretto della Florida, è stato reso noto nel corso della Mesa redonda di mercoledì pomeriggio, il programma di approfondimento della televisione cubana, salvo poi essere dettagliato in un comunicato del ministero dell’Interno dell’Avana. Secondo quanto ricostruito dalle autorità cubane, una lancia veloce con matricola dello stato della Florida — battente bandiera statunitense, di fatto — è stata intercettata all’interno delle acque territoriali cubane, al largo delle coste della provincia di Villa Clara. Il punto critico, quello su cui si gioca tutta la narrazione dell’accaduto, riguarda la dinamica dell’abbordaggio: dal comunicato ufficiale emerge che dall’imbarcazione, una volta fermata, abbiano aperto il fuoco per primi. Il guardiacoste cubano, ferito nel conflitto a fuoco secondo le stesse fonti, ha risposto e nello scontro sono morte quattro persone che si trovavano sulla lancia, mentre i restanti membri dell’equipaggio sono rimasti feriti e successivamente tratti in arresto.

A Coral Gables, nell’area metropolitana di Miami, tra palme e resort di lusso, si discute da ieri mattina dell’uccisione di quei quattro cittadini, tutti cubani residenti negli Stati Uniti, al largo delle coste dell’isola. Alla caffetteria La Ventanita, un noto locale di cucina cubana molto frequentato dalla diaspora, gli avventori ne hanno discusso per ore, nel calore del mite inverno della Florida, e Guz Garcia, uno di questi avventori, ha riassunto il sentore diffuso dichiarando di non credere ad una sola parola del comunicato cubano. L’incredulità, qui, si mescola alla memoria storica di decenni di tensioni e alla convinzione, radicata in una parte consistente dell’esilio, che il regime dell’Avana sia pronto a utilizzare la forza per reprimere qualsiasi tentativo di portare “democrazia” sull’isola, anche se condotto da semplici privati cittadini. Lo scontro a fuoco, insomma, viene letto come un atto di forza ingiustificato, una esecuzione più che un’operazione di difesa dei confini, e i quattro morti — uno dei quali già cittadino statunitense a tutti gli effetti — diventano immediatamente martiri di una causa, figure di patrioti sacrificati sull’altare della dittatura.

Terroristi o patrioti? Il dibattito ideologico dietro la strage

La domanda, in realtà, è semplice e complessa allo stesso tempo, e spacca le opinioni pubbliche dei due paesi coinvolti: i quattro uomini uccisi erano terroristi o patrioti? Secondo la versione cubana, la lancia veloce Pro-line di 24 piedi catturata dalla guardia di frontiera mercoledì non trasportava semplici dissidenti o parenti in cerca di ricongiungimenti familiari, bensì paramilitari addestrati. Il ministero dell’Interno cubano ha rilasciato una dichiarazione in cui si specifica che a bordo del motoscafo sono stati sequestrati fucili d’assalto, armi corte, bombe molotov, giubbotti antiproiettile, mirini telescopici e uniformi mimetiche; un arsenale che, se confermato, andrebbe ben oltre l’autodifesa. Il governo caraibico denuncia infatti un tentativo di “infiltrazione con scopi terroristici” e identifica alcuni dei partecipanti come persone con precedenti penali, due dei quali sarebbero stati addirittura segnalati alle autorità statunitensi per il loro coinvolgimento in attività criminali e violente legate alla pianificazione di azioni di destabilizzazione del governo cubano.

Dall’altro lato dello schieramento, quello che fa capo alla comunità cubana della Florida, l’interpretazione è diametralmente opposta. I quattro morti non sono aggressori, ma “persone non violente” — o per lo meno, la loro violenza sarebbe legittima in quanto diretta contro un regime oppressivo — impegnate a salvare parenti e amici o a “riportare la democrazia” sull’isola. In questo discorso, l’arsenale sequestrato diventa secondario, se non una prova della messinscena cubana. Il dibattito che segue lo scontro a fuoco assume, come era ampiamente prevedibile, un tono del tutto ideologico, in cui i fatti materiali — chi abbia sparato per primo, quante armi ci fossero, quali fossero le intenzioni reali dei dieci uomini a bordo — passano in secondo piano rispetto alla contrapposizione politica: da una parte l’accusa di terrorismo, dall’altra la rivendicazione della lotta per la libertà.

La veglia a Miami e la risposta cauta di Washington

A Miami, nella serata di giovedì, si è tenuta una veglia per le vittime della sparatoria, un momento di raccoglimento che ha assunto immediatamente i contorni di una manifestazione politica contro il governo dell’Avana. La notizia che la Guardia Costiera cubana ha ucciso almeno un cittadino americano e ne ha ferito un altro — aprendo il fuoco contro un motoscafo al largo dell’isola — ha infiammato gli animi della diaspora, già scossi dalla tensione crescente tra l’amministrazione Trump e il regime castrista. Secondo un funzionario statunitense che ha parlato in condizione di anonimato, almeno uno dei membri dell’equipaggio era in possesso di cittadinanza statunitense, mentre altri avevano il permesso di soggiorno o il visto.

Washington, per bocca del segretario di Stato Marco Rubio — nato a Miami da famiglia di esuli cubani — ha assunto una posizione prudente ma ferma. Rubio ha dichiarato che la maggior parte delle informazioni diffuse sono al momento quelle fornite dai cubani e che gli Stati Uniti le verificheranno in modo indipendente, per capire esattamente cosa sia successo e rispondere di conseguenza. Il segretario di Stato ha escluso categoricamente che a bordo del motoscafo vi fosse personale del governo americano o che si trattasse di un’operazione statunitense, ma ha sottolineato la stranezza dell’episodio, definendo “altamente insolito” assistere a sparatorie in mare aperto di questo tipo, dopo tanto tempo. Intanto, il procuratore generale della Florida, James Uthmeier, ha ordinato l’apertura di un’indagine, dichiarando di non fidarsi del governo cubano e promettendo di chiamare “questi comunisti” a rispondere delle loro azioni.

Il giallo delle identità e le ombre sulla ricostruzione

A complicare ulteriormente un quadro già di per sé opaco, si aggiungono elementi che gettano ombre sulla stessa ricostruzione cubana. I media statunitensi, come riporta il New York Times, hanno rintracciato Roberto Azcorra Consuegra, una delle persone che il governo de L’Avana aveva inizialmente indicato come arrestato a bordo del motoscafo. Azcorra Consuegra, tuttavia, è stato trovato nella sua casa di Miami, in Florida, e ha dichiarato, non senza una certa ironia: “In teoria dovrei essere ferito e in prigione. Sanno perfettamente chi sono. O mi hanno confuso con qualcun altro, oppure pensavano che sarei stato lì”. Il governo cubano ha successivamente ammesso l’errore, ma l’episodio alimenta i sospetti di chi, come gli avventori de La Ventanita, non crede alla versione ufficiale. L’errore di identificazione, infatti, fa pensare che l’intelligence cubana avesse almeno una conoscenza preventiva dell’operazione, anche se non ci sono prove in tal senso, e apre alla possibilità che si sia trattato di una provocazione o di un’operazione male organizzata. Il proprietario del motoscafo, dal canto suo, ha dichiarato che l’imbarcazione gli era stata rubata nei giorni precedenti. Mentre l’Avana chiede a Washington informazioni sui sospettati e sulle modalità con cui hanno organizzato il viaggio, e si dice disposta a cooperare per chiarire i fatti, il mistero sulle reali intenzioni dei dieci uomini armati rimane fitto, così come la certezza che questo episodio segnerà un ulteriore inasprimento nei già tesi rapporti tra i due paesi.

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