Jaecoo 7 e Omoda 7, il boulevard cinese: ibridi spaziosi ma con qualche complicazione digitale

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Il SUV compatto di segmento C, specialmente se ibrido plug-in, rappresenta ormai il terreno di conquista preferito dai costruttori cinesi in Europa, e il gruppo Chery, attraverso i marchi Jaecoo e Omoda, sta giocando le sue carte con una certa decisione. Se la Jaecoo 7 è già una presenza piuttosto consolidata sulle nostre strade, complice un prezzo concorrenziale e una dotazione generosa, la Omoda 7 si appresta a percorrere la stessa traiettoria, forte di un sistema ibrido che promette oltre 1.200 chilometri di autonomia complessiva. Entrambe condividono, al di là delle sottili differenze stilistiche, una filosofia di fondo che punta a offrire un’estetica ricercata e un comfort di bordo di livello superiore, pur dovendo fare i conti con qualche compromesso tipico di chi deve ancora affinare la conoscenza del cliente occidentale.

Salire a bordo di una Jaecoo 7 significa immergersi in un ambiente che colpisce subito per la pulizia della plancia e la scelta dei materiali. Le superfici morbide abbondano nella parte superiore dell’abitacolo, l’ecopelle che riveste i sedili, disponibile in nero o marrone, si presenta al tatto con una consistenza più che dignitosa e l’inserto effetto alluminio dona un tocco di modernità a un quadro generale minimalista. Un dettaglio che fa una certa differenza, e che testimonia l’attenzione per l’accoglienza, è l’arretramento automatico del sedile del guidatore quando si apre la porta, un piccolo vezzo che facilita l’accesso e che, unito alle maniglie a scomparsa che fuoriescono al nostro avvicinarsi, contribuisce a creare un rituale di benvenuto che non ci si aspetterebbe in questa fascia di prezzo. La spaziosità, del resto, è uno dei cavalli di battaglia: chi siede dietro gode di una libertà di movimento per le gambe che rasenta l’eccellenza, quasi fosse in una limousine, anche se questo lusso va a scapito della capacità di carico del bagagliaio, che in configurazione standard si ferma a 340 litri, un dato inferiore a molte rivali.

Un matrimonio tra analogico e digitale non sempre felice

L’interfaccia tra uomo e macchina è forse l’aspetto più controverso di questi modelli. La plancia, dominata da un ampio display verticale da 14,8 pollici sulla Jaecoo 7 e da uno scorrevole da 15,6 sulla Omoda 7, adotta una filosofia che potremmo definire “digital-first”. Il problema, però, è che questa scelta progettuale finisce per assorbire funzioni che sarebbero più intuitive se gestite da comandi fisici. Accade così che persino il freno di mano elettronico, che peraltro si aziona in automatico slacciando la cintura, venga relegato tra i menù del monitor centrale, con il rischio di doverlo cercare in fretta in una situazione di emergenza; non è raro, inoltre, che il sistema richieda di indossare le cinture per disinnescarlo, una peculiarità che può trarre in inganno durante le manovre in spazi ristretti. Altrettanto macchinosa risulta la gestione del clima: i comandi scompaiono letteralmente dallo schermo quando si attiva Android Auto o Apple CarPlay, e per richiamarli occorre eseguire uno swipe dal basso verso l’alto, un’operazione che distoglie lo sguardo dalla strada più del dovuto.

L’esperienza di guida tra efficienza e dinamica

Se ci si sposta sul versante dinamico, il racconto cambia a seconda che si guardi alla scheda tecnica o al feedback che arriva dal volante. Il sistema Super Hybrid, sia sulla Omoda 7 con i suoi 279 CV di potenza combinata, sia sulla Jaecoo 7, garantisce una fluidità di marcia e una silenziosità notevoli, specialmente quando ci si muove in modalità completamente elettrica, dove l’auto si comporta a tutti gli effetti come un veicolo a batteria. L’autonomia dichiarata si attesta intorno ai 90 chilometri, un valore che nei test in condizioni invernali si riduce a circa 70, ma che resta comunque più che dignitoso per l’uso quotidiano. Il problema principale, semmai, è rappresentato dall’assetto: le sospensioni sono tarate per un comfort estremo, con l’obiettivo di assorbire ogni singola imperfezione dell’asfalto. Questo, però, si traduce in una propensione al rollio in curva piuttosto marcata, che toglie precisione e invoglia a un’andatura più rilassata, lontana da qualsiasi pretesa sportiva. La leva del cambio, posizionata dietro il volante, libera spazio tunnel centrale, ma la sua logica di funzionamento richiede un gesto deciso per innestare la marcia, e talvolta la risposta non è immediata come ci si aspetterebbe.

Le schermate da imparare e la solidità dell’offerta

La sensazione complessiva, insomma, è quella di trovarsi di fronte a due prodotti tecnicamente maturi sotto molti aspetti, ma ancora un po’ acerbi nell’architettura dell’interazione. La qualità costruttiva c’è, i materiali scelti per le zone nobili dell’abitacolo sono piacevoli e la dotazione di serie, che include la ricarica wireless ventilata, le telecamere a 540° e persino un sistema V2L per alimentare dispositivi esterni, è semplicemente straripante se paragonata a quella dei competitor europei di pari prezzo. Resta, però, la sensazione che si debba studiare un po’ il libretto delle istruzioni per orientarsi tra i menù non sempre logici del sistema di infotainment, e che certe scelte, come la difficoltà di regolare la intensità del freno motore sepolta tra le impostazioni, siano il segno di un progetto nato in un contesto culturale diverso e non ancora del tutto adattato alle abitudini del guidatore italiano.

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