Il ritorno delle cuffie con filo: ecco perché tutti (compresi i vip) stanno abbandonando il bluetooth

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Le avevamo già messe da parte, quasi con un senso di liberazione, quando il primo paio di auricolari true wireless era scivolato via dall’astuccio – quella piccola bara di plastica lucida – promettendoci un futuro senza grovigli. E invece no. Nel 2026, a distanza di anni dalla presunta sepoltura definitiva del cavo, le cuffie con filo stanno vivendo una seconda giovinezza così improvvisa da apparire, a molti osservatori, persino imbarazzante per chi le aveva celebrate come reliquie di un’era analogica. Quello che sembrava un accessorio destinato ai cassetti polverosi, accanto ai lettori mp3 ormai spenti, è diventato l’opposto: un manifesto silenzioso, un atto di ribellione quotidiana contro la complessità inutile. A trainare questa controtendenza, fatta di scelte plasticamente visibili nei trasporti pubblici come nei red carpet improvvisati degli aeroporti, è innanzitutto la Generazione Z, che pure è cresciuta a stretto contatto con il wireless più sfrenato.

La sindrome della batteria al 3% e il Bluetooth “ballerino”

Il problema, lo si capisce ascoltando chi ha mollato gli auricolari senza filo, è eminentemente pratico. Nessuna crociata ideologica, almeno all’inizio: le batterie degli auricolari wireless, per quanto evolute, continuano a cedere nei momenti peggiori, magari durante una lunga chiamata o negli ultimi chilometri di un viaggio in treno. A ciò si aggiunge la connettività altalenante del bluetooth, quella che si interrompe senza preavviso se infili la mano in tasca o se passi accanto a un semaforo particolarmente “chiacchierone”. La frustrazione, in questi casi, non è teorica: è fisica, tattile, scandita dal dover ripetere l’associazione tra dispositivi come fosse un rito scaramantico. Le cuffie con filo, dal canto loro, non chiedono nulla: né accoppiamenti, né aggiornamenti del firmware, né una ricarica programmata con l’ansia di ritrovarsi un auricolare muto al risveglio. Le infili, premi play, e funzionano. Ed è proprio questa immediatezza, banale solo in apparenza, a costituire il loro vero lusso.

Vip, tiktok e il paradosso della nostalgia social

Se la spinta iniziale è stata pratica, quella che ha trasformato il fenomeno in un vero e proprio culto è arrivata dai social network, con una torsione non priva di ironia. Su TikTok e Instagram, cioè nei luoghi più saturi di algoritmi e connettività permanente, decine di vip – attori, musicisti, influenzer – hanno cominciato a mostrarsi con i cavi bianchi che pendono dagli smartphone, spesso accompagnati da didascalie che celebrano la “low-tech life” o la “vita lenta”. E la Generazione Z, che pure non ha vissuto gli anni Novanta se non per sentito dire o attraverso i filtri vintage, ha replicato il gesto come se si trattasse di recuperare una memoria perduta. C’è, in tutto questo, un paradosso struggente: si celebra l’assenza del digitale dentro il digitale più invadente che ci sia. Ma i numeri, intanto, parlano chiaro: dal 2025 a oggi le vendite di cuffie con filo hanno registrato un’impennata che nessun analista aveva previsto, superando in alcuni trimestri quelle di molti modelli wireless di fascia media. Non siamo più di fronte a una moda di nicchia, ma a un’inversione di rotta misurabile.

Nessuna nostalgia acritica, solo una scelta consapevole

Attenzione, però: non si tratta di un rigurgito nostalgico fine a se stesso, di quelli che rimpiangono un passato idealizzato senza averlo mai conosciuto. Chi oggi infila il jack nello smartphone – per quanto molti telefoni lo abbiano eliminato, costringendo a usare adattatori che sono già una piccola beffa – lo fa con una consapevolezza quasi cinica. Il filo è scomodo? Può esserlo, specialmente in palestra o mentre si corre. Ma almeno non si perde un auricolare da centocinquanta euro nella grata di un tombino, né ci si ritrova con la custodia scarica dopo otto ore di lavoro fuori casa. Si riannoda, si arrotola, si accartoccia in tasca; a volte si rompe, è vero, ma si ripiega invece di morire in silenzio dentro una scatoletta bianca. E poi c’è il fattore economico, sottile ma decisivo: un paio di cuffie cablate decenti costa una frazione delle top di gamma wireless, e offre spesso una qualità audio superiore – una differenza che gli audiofili non hanno mai smesso di sottolineare, ma che ora arriva anche all’orecchio comune. La tendenza, insomma, non è un passo indietro. È un passo laterale, fuori dalla trappola della connettività a ogni costo.

La cronaca nera non c’entra, ma c’entra l’inchiesta su chi ci ha fatto credere che il cavo fosse morto

Sullo sfondo, naturalmente, restano i processi e le strategie dell’industria tech. Già da qualche anno alcune procure hanno avviato verifiche su pratiche commerciali legate all’obsolescenza programmata degli auricolari wireless, quelle batterie sigillate che non si possono sostituire e che trasformano un prodotto da duecento euro in un rifiuto elettronico dopo appena un paio di stagioni. Senza entrare nei dettagli delle singole inchieste ancora in corso – che gli inquirenti stanno portando avanti con il consueto riserbo –, è evidente che la rimozione del jack audio dai telefoni non fu solo una scelta tecnica, ma anche un’operazione di mercato. Oggi, il ritorno spontaneo del filo assume i contorni di una verifica empirica: i consumatori stanno riscoprendo che la soluzione più semplice, quella ritenuta “obsoleta”, funziona meglio per i loro bisogni reali. E lo fanno senza proclami, semplicemente comprando in silenzio quei cavi bianchi e neri che ormai spuntano dalle orecchie di chiunque, dal ragazzo in skateboard all’attrice ripresa all’uscita di un teatro milanese. Il 2026, in questo senso, potrebbe passare alla storia non come l’anno del trionfo di una tecnologia, ma come quello in cui ci siamo accorti che forse non avevamo mai smesso di averne bisogno.

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