Omicidio Ravasio, chiesto l’ergastolo per la figlia di Adilma

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Procura di Busto Arsizio ha chiesto l’ergastolo per Ariane Pereira Bezerra da Silva nel processo per l’omicidio di Fabio Ravasio. La richiesta è stata formulata dal pubblico ministero Ciro Caramore al termine di una requisitoria durata circa sei ore davanti alla Corte d’Assise. All’imputata viene contestato il concorso materiale e morale nell’uccisione dell’uomo, oltre alla premeditazione.

Il ruolo contestato dall’accusa

Secondo la ricostruzione della Procura, il coinvolgimento della figlia di Adilma Pereira Carneiro avrebbe riguardato diversi momenti dell’organizzazione del delitto. L’accusa le attribuisce un ruolo nella ricerca di un esecutore e nella pianificazione dell’agguato destinato a far apparire la morte come un incidente stradale provocato da un’auto pirata. Tra gli elementi richiamati durante la requisitoria c’è un incontro avvenuto nel bar di Massimo Ferretti, all’epoca legato sentimentalmente alla madre, durante il quale Ariane avrebbe suggerito di cercare un possibile sicario nel campo nomadi di Magenta.

La Procura ha inoltre indicato i contatti intercorsi tra l’imputata e Mohammed Dahibi, uno degli imputati già condannati per il delitto, collocandoli nella fase della ricerca dell’esecutore. Sono stati richiamati anche telefonate e messaggi con la madre e con altre persone coinvolte nel procedimento, sia prima sia immediatamente dopo l’investimento. Per l’accusa, la sequenza delle comunicazioni dimostrerebbe che la donna non si sarebbe limitata a conoscere il progetto, ma avrebbe partecipato alla sua realizzazione.

Un altro elemento della requisitoria riguarda ciò che sarebbe avvenuto dopo l’investimento. Secondo il pubblico ministero, Ariane avrebbe avuto un ruolo nella gestione dell’automobile utilizzata per colpire Ravasio e nelle operazioni finalizzate alla sua pulizia e al suo occultamento. A sostegno di questa ricostruzione sono stati citati messaggi e intercettazioni tra madre e figlia. Per la Procura, tali condotte avrebbero una particolare rilevanza perché si collocano nella fase successiva all’azione e rafforzerebbero l’ipotesi di una partecipazione consapevole.

Il movente economico e le accuse delle parti civili

Il movente individuato dagli inquirenti è di natura economica e ruota attorno a una somma di circa 800mila euro. Il denaro era stato prestato dai genitori della vittima alla famiglia della compagna, mentre la richiesta di restituzione avrebbe creato una situazione finanziaria ritenuta determinante nella maturazione del progetto criminale. Secondo la ricostruzione accusatoria, l'eliminazione dell’uomo avrebbe consentito di puntare sull’eredità, trasformando il patrimonio della vittima nell’obiettivo finale dell’operazione.

Gli avvocati Francesco Arnone e Vincenzo Montalbano, che rappresentano i genitori di Ravasio costituiti parte civile, hanno sostenuto che la donna fosse consapevole del piano e che il suo comportamento fosse coerente con quello della madre. I legali hanno chiesto una condanna per concorso materiale e morale, escludendo l’ipotesi che il ruolo dell’imputata potesse essere ridotto a quello di una persona semplicemente informata dei propositi altrui. Nella loro ricostruzione, le condotte attribuite alla giovane mostrerebbero una partecipazione estesa alle diverse fasi dell’omicidio.

La vicenda giudiziaria nasce dall’agguato del 9 agosto 2024, quando Ravasio fu investito mentre era in bicicletta a Parabiago. L’azione era stata predisposta per simulare l’intervento di un pirata della strada, con l’automobile utilizzata nell’investimento destinata successivamente a essere sottratta agli accertamenti. Nel procedimento principale, la Corte d’Assise di Busto Arsizio ha già condannato in primo grado Adilma e altri sette imputati, con pene differenti secondo le responsabilità riconosciute.

Le motivazioni della sentenza di primo grado, depositate nel 2026, hanno individuato nella madre della giovane il fulcro ideativo, propulsivo e organizzativo del piano criminale e hanno indicato nel denaro il movente dell’omicidio. La Corte aveva inoltre riconosciuto la premeditazione a carico degli imputati condannati, con l’eccezione della posizione per la quale tale aggravante non era stata riconosciuta. Nel processo a carico della figlia, la difesa prenderà la parola nella prossima udienza fissata per il 29 ottobre.

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