Condannato a Tripoli l’ex comandante del carcere di Mitiga: 7 anni e 4 mesi per tortura

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il Tribunale penale di Tripoli ha inflitto una condanna a 7 anni e 4 mesi di reclusione nei confronti di Osama Najeem Almasri, l’ex comandante del carcere di Mitiga, la struttura tristemente nota per le sue condizioni disumane e per le pratiche brutali riservate ai detenuti. rainews +3

La sentenza, resa nota dalla stampa locale nella giornata di domenica, arriva al termine di un procedimento giudiziario che ha visto il generale libico riconosciuto colpevole di una serie di violenze, trattamenti degradanti e torture sistematiche perpetrate ai danni di dieci detenuti, nonché della responsabilità per il decesso di un recluso, sopraggiunto a causa dei maltrattamenti subiti durante la detenzione. sardies +3

Oltre alla pena detentiva, i giudici di Tripoli hanno disposto nei confronti di Almasri anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili, una misura che avrà effetto per tutta la durata della condanna e che si protrarrà per un ulteriore anno dopo il termine della reclusione. lastampa +3

Il verdetto rappresenta l’esito di un’indagine approfondita condotta dalla Procura generale libica, avviata in seguito alle numerose denunce presentate da ex detenuti e familiari delle vittime, che hanno descritto un regime carcerario caratterizzato da violenze fisiche e psicologiche all’interno del famigerato centro di detenzione di Mitiga. rainews +3

Il contenzioso tra Italia e Corte penale internazionale

La vicenda giudiziaria di Almasri, che è stato a capo di una delle prigioni più temute della Libia, si intreccia inevitabilmente con le recenti polemiche diplomatiche che hanno coinvolto il governo italiano e la Corte penale internazionale. L’ex comandante era stato infatti arrestato a Torino il 19 gennaio 2025, in esecuzione di un mandato di cattura spiccato dalla Cpi, che lo riteneva responsabile di crimini contro l’umanità per le torture inflitte ai prigionieri nel corso del conflitto libico.

Tuttavia, la sua detenzione in territorio italiano è durata appena due giorni: Almasri è stato rapidamente rilasciato e rimpatriato in Libia a bordo di un volo di Stato, una decisione che ha scatenato un aspro confronto tra Roma e l’Aja, con quest’ultima che ha chiesto spiegazioni sulla mancata consegna del presunto criminale di guerra.

La scelta dell’esecutivo italiano di non convalidare l’arresto e di disporre il rimpatrio immediato dell’ufficiale libico ha alimentato un acceso dibattito politico e giuridico, con l’opposizione che ha accusato il governo di aver violato gli obblighi internazionali derivanti dallo Statuto di Roma.

Mentre il governo Meloni si trova ancora a dover fornire una giustificazione ufficiale e dettagliata per il mancato rispetto dell’ordine di cattura internazionale, la condanna inflitta dal tribunale di Tripoli introduce un elemento inaspettato, dimostrando che le autorità giudiziarie libiche hanno comunque proceduto a un’azione penale nei confronti dell’ex comandante, seppur per fattispecie di reato circoscritte alla violazione dei diritti umani all’interno del sistema carcerario libico. ilsole24ore +3

Un verdetto a metà tra giustizia interna e pressioni internazionali

La decisione del Tribunale penale di Tripoli, che ha riconosciuto la colpevolezza di Almasri per le torture e i trattamenti inumani inflitti ai detenuti, rappresenta un evento significativo nel panorama giudiziario della Libia, un paese ancora segnato da profonde lacerazioni istituzionali e da una frammentazione del potere che spesso impedisce il regolare corso della giustizia.

La condanna a oltre sette anni di reclusione, sebbene possa apparire come un tentativo delle autorità libiche di affermare la propria sovranità giudiziaria in risposta alle critiche internazionali, non esaurisce tuttavia le questioni sollevate dalla Corte penale internazionale, che continua a rivendicare la propria giurisdizione sui crimini commessi durante il conflitto.

La posizione della Cpi, che aveva richiesto l’estradizione di Almasri per giudicarlo secondo gli standard del diritto internazionale, rimane al centro del contenzioso con l’Italia, e la condanna pronunciata a Tripoli potrebbe non essere sufficiente a placare le richieste di giustizia della comunità internazionale, soprattutto alla luce della gravità dei crimini contestati e della morte di un detenuto avvenuta proprio a causa dei maltrattamenti subiti.

Il generale Almasri, che ora sconterà la pena in Libia, si trova al centro di una delicata partita diplomatica che coinvolge equilibri complessi tra Stati, corti internazionali e la fragile stabilità politica del paese nordafricano. ildenaro +3

Le indagini e le responsabilità accertate

L’indagine della Procura generale libica, che ha portato alla condanna di Almasri, ha messo in luce un quadro di violenze sistematiche perpetrate con regolarità all’interno del carcere di Mitiga, un centro che negli anni è diventato il simbolo della repressione e dell’arbitrio nei confronti degli oppositori politici e dei prigionieri comuni.

Le denunce raccolte dagli inquirenti hanno descritto un regime di detenzione caratterizzato da percosse, elettrocuzioni, privazione di cibo e acqua, e altre forme di torture fisiche e psicologiche, inflitte ai dieci detenuti menzionati nel capo d’imputazione, fino a provocare, in un caso, il decesso del recluso a causa delle sevizie subite.

La sentenza del tribunale di Tripoli ha quindi accertato le responsabilità penali dell’ex comandante per questi gravi episodi, infliggendogli una pena che, per la legislazione libica, comporta anche la perdita dei diritti civili e della capacità giuridica, una sanzione accessoria che limiterà la sua libertà personale e i suoi diritti fondamentali anche oltre la durata della carcerazione.

La condanna, pur rappresentando un passo avanti nella lotta all’impunità per i crimini commessi durante il conflitto, lascia aperti numerosi interrogativi sulla reale portata della giustizia in Libia e sulla volontà delle istituzioni locali di perseguire con determinazione tutti i responsabili delle violenze, in un clima ancora segnato dall’instabilità politica e dalla presenza di numerosi gruppi armati che controllano vaste porzioni del territorio. ilsole24ore +3

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