Il ponte di Karaj non c’è più, e Trump su Truth esulta: «Teheran faccia un accordo prima che sia troppo tardi»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
L’attesa per un cessate il fuoco, in Medio Oriente, si scontra ancora una volta con la concretezza delle macerie. È successo tutto in poche ore, quelle che hanno trasformato il ponte più alto del Medio Oriente, l’infrastruttura appena inaugurata che collegava Teheran a Karaj, in un cumulo di cemento e travi d’acciaio contorte. Un raid aereo, condotto congiuntamente dalle forze statunitensi e israeliane, ha polverizzato la struttura B1, causando la morte di almeno due persone e ferendone molte altre, senza contare il blackout elettrico che si è immediatamente abbattuto su vaste aree della città di Karaj. E mentre i soccorritori cercavano di mettere in sicurezza la zona, il presidente americano Donald Trump – tornato alla Casa Bianca e oggi nuovamente alla guida del paese – ha pubblicato sul suo social network Truth il video del crollo, accompagnandolo con un messaggio che ha il sapore amaro di un ultimatum: «È il momento per l’Iran di fare un accordo prima che sia troppo tardi», ha scritto, suggerendo che il destino dell’intera nazione potrebbe essere lo stesso del ponte se non si troverà una soluzione politica.
Le scie nere degli attacchi mirati e la strategia dei due fronti
Non è stato solo il fragore dell’esplosione sul ponte a segnare la giornata di ieri. Le forze armate israeliane hanno infatti rivendicato una serie di operazioni chirurgiche che vanno molto al di là dei semplici bombardamenti sulle vie di comunicazione. In una nota ufficiale, l’Idf ha confermato l’eliminazione di Makram Atimi, figura chiave in quanto comandante dell’Unità Missilistica Balistica nell’area di Kermanshah, nell’ovest del paese. Era proprio lui, secondo l’intelligence militare, l’uomo dietro i decimi di lanci che hanno preso di mira il territorio israeliano nelle scorse settimane, e con lui sono stati “rimossi” anche diversi comandanti di battaglione della stessa unità, quelli che operavano nella zona nord-occidentale dell’Iran. Ma le conferme non si fermano qui: all’inizio della settimana, un attacco mirato nel cuore di Teheran ha tolto di scena Jamshid Eshaqi, il comandante del quartier generale del petrolio, l’uomo che – di fatto – teneva in mano le rotte finanziarie del regime.
La contraddizione di Trump, i mercati e il “protocollo Hormuz”
C’è una dissonanza cognitiva, però, che attraversa le dichiarazioni provenienti dall’amministrazione americana in queste ore. Da un lato, il presidente Trump ha assicurato alla nazione che “abbiamo vinto da settimane”, salvo poi correggere il tiro e ammettere che, per consolidare questa vittoria, serviranno “altre due o tre settimane” di operazioni. Un paradosso che non è sfuggito agli analisti, ma che per ora tiene in scacco i mercati. Il crollo finanziario che molti temevano è stato per il momento scongiurato, merito – o meglio, conseguenza – dell’annuncio di un protocollo per lo Stretto di Hormuz siglato tra Teheran e l’Oman. Un accordo, quest’ultimo, che ha calmato le acque delle borse, anche se resta sullo sfondo la minaccia di un intervento dei “40 volenterosi”, la coalizione di paesi pronti a intervenire, ma solo a guerra terminata, per ridefinire gli equilibri regionali. Dal canto loro, gli Stati Uniti sembrano voler allungare i tempi del conflitto, consapevoli che il “pedaggio iraniano per Hormuz” è ancora un’arma troppo potente per essere ignorata.
Un conflitto totale fatto di acciaio, petrolio e propaganda
Mentre Trump posta video di ponti che crollano, la realtà sul terreno racconta di un paese sotto pressione costante. Il ponte di Karaj, che rappresentava un fiore all’occhiello dell’ingegneria iraniana per la sua altezza e la sua struttura moderna, era anche un nodo logistico fondamentale per i rifornimenti. Distruggerlo significa isolare Teheran, complicare gli spostamenti delle milizie e, simbolicamente, dimostrare che nessuna infrastruttura strategica è al sicuro. Il governatorato della provincia di Alborz ha confermato le vittime civili e i blackout, mentre nel pomeriggio nuove esplosioni hanno riecheggiato in alcuni quartieri della capitale e nelle zone limitrofe. Il fumo degli incendi, insomma, si mescola alla polvere da sparo in un’escalation dove ogni attacco è una tessera di un mosaico studiato a tavolino: da una parte i raid che decapitano i vertici militari, dall’altra la distruzione di ciò che tiene in vita la nazione, nel tentativo di portare Teheran al tavolo delle trattative a qualsiasi costo.




