Quella goleada tra Psg e Bayern che sa più di “Folies Bergère” che di lezione di calcio totale
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Redazione Sport
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Non c’è bisogno di nascondersi dietro ai numeri, anche se il dato – nove gol in una semifinale di Champions – impressiona e rimarrà negli archivi accanto ad altre notti celebri. La sfida d’andata tra Paris Saint-Germain e Bayern Monaco, che molti avevano etichettato come la finale anticipata, ha catalizzato l’attenzione del continente, offrendo però un prodotto ambiguo: se da un lato lo spettacolo grezzo ha esaltato i social network e le cronache più entusiastiche, dall’altro il risultato fotografia un’accozzaglia di errori difensivi, distrazioni quasi ingenue che hanno trasformato la partita in una corsa a perdifiato verso la porta avversaria.
Godzilla contro King Kong, l’analisi di Di Canio e il caos tattico
A descrivere plasticamente l’accaduto ci ha pensato Paolo Di Canio, ex attaccante dalla verve sanguigna, che non ha resistito alla tentazione di riguardare la gara in treno, affascinato da quello che lui stesso definisce «Godzilla contro King Kong». In effetti, la sua metafora calza a pennello per raccontare la sfida: due mostri sacri che si affrontano a viso aperto, senza quelle pruderie tattiche che invece caratterizzano tanti match della nostra Serie A, qui impietosamente accostata a un calcio “lento e intricato” dove la media di attacchi diretti è in caduta libera rispetto a cinque stagioni fa. Il paradosso, però, è che questo 5-4 ha generato un dibattito feroce tra i puristi; mentre Alessandro Del Piero, entusiasta, parlava di trionfo della ricerca del gol e di rinuncia al raddoppio di marcatura, altri osservatori – come il quotidiano francese L’Équipe – hanno preferito sottolineare come i portieri fossero diventati comparse inutili e i difensori autori di errori “inguardabili”.
L’illusione dello sport-spettacolo e il realismo di Seedorf
In mezzo a questo turbine di opinioni contrastanti, c’è chi prova a portare un po’ di realismo. L’ex milanista Clarence Seedorf, con la consueta lucidità, ha suggerito una verifica semplice: bisognerebbe chiedere ai portieri (Neuer e Donnarumma, quest’ultimo pur sempre un monumento del ruolo) se siano contenti di quello che hanno visto. La loro risposta, intuibile, fotografa l’altra faccia della medaglia: quella di una semifinale dove le due squadre hanno sì corso tanto, ma dove l’equilibrio è stato capovolto più da episodi controversi (un rigore apparso generoso e un calcio d’angolo inesistente scovato dalle immagini) che da trame geometriche studiate a tavolino. L’impressione, insomma, è che ci trovassimo di fronte a uno di quei match dove l’adrenalina prende il sopravvento sulla ragione, un po’ come quando si guarda un film d’azione dove le esplosioni coprono le falle della sceneggiatura.
La difesa è un’arte (scomparsa) e la lezione di Cabrini
Proprio su questo punto emerge una riflessione che riguarda il Dna del nostro calcio. Se si osserva la scena con gli occhiali da lettura, come suggerisce un’analisi critica, si scopre che quella parigina non è stata una “Belle Époque” calcistica, bensì una rivista di varietà, una sorta di “Folies Bergère” dove l’errore ha fatto da padrone. È una tendenza, questa, che stride con la tradizione italiana della fase difensiva; se prendiamo le parole di Antonio Cabrini – campione del mondo e difensore di razza – capiamo bene che il senso del mestiere si sta perdendo. Cabrini, che oggi gestisce il Cremona Pala Padel, osserva con distacco queste semifinali che finiscono 5-4, rifiutando di vederci una grande innovazione. Per lui, il calcio non può ridursi a uno spot né a una catena di episodi sconclusionati. In un’epoca in cui i difensori sembrano dimenticare l’arte della marcatura e della filtrazione a centrocampo, partite come Psg-Bayern rischiano di normalizzare l’errore, scambiando la confusione per spettacolo e regalando alla memoria collettiva più un’accozzaglia di gol che una vera lezione di calcio.




